Les premières manifestations sculpturales consistent en des figurines de déesse-mère néolithiques et énéolithiques. Par la suite, apparaissent les monolithes appelés statues-menhirs, classés comme masculins, avec le poignard, ou féminins, avec les mamelles. Avec la diffusion de la métallurgie (âges du cuivre et du bronze), la production de bronzes, forme d'art la plus connue parmi celles produites par la culture nuragique, s'est répandue : de petites statues en bronze atteignant 35 à 40 cm de haut.
Pour la période punique, les stèles, découvertes des Tofets, destinées à l'enterrement d'enfants nés morts ou morts dès les premières années de leur vie, méritent d'être mentionnées. À l'époque romaine, la sculpture représentait l'une des plus hautes formes d'art ayant subi une influence grecque prédominante.
Depuis le début de la période médiévale, de nombreux fragments sont arrivés hors de leur contexte, en particulier des sculptures en marbre provenant de structures d'églises et de meubles qui pourraient être placés entre la fin du IVe et les premières décennies du XIe siècle : sarcophages, chapiteaux, bases, cadres, linteaux, piliers, plutaeums. Avec l'avènement du style roman, les décorations sculpturales et architecturales changent et l'absence d'œuvres de sculpture autonomes ressort. Aux époques aragonaise et espagnole, la sculpture en bois s'est répandue. En témoignent les grands retables sculptés et dorés dont les compartiments peuvent en fait abriter une ou plusieurs statues.
Dans la seconde moitié du XIXe siècle, la sculpture sarde était principalement utilisée pour la production de monuments funéraires, plus rarement pour les grands monuments publics de célébration équestre. À partir du milieu du XIXe siècle, le lent processus de construction des particularités de l'art sarde a commencé. Dans le paysage principalement caractérisé par des artistes et des œuvres importés, la production de l'atelier de Giuseppe Sartorio à Vercelli se distingue. À l'époque contemporaine, des artistes tels que Costantino Nivola et Pinuccio Sciola se démarquent, qui, par leurs particularités expressives, évoquent l'âme ancestrale de l'île.
L’area verde di S’Ortu Mannu si caratterizza come un oliveto monumentale storico, con una superficie attuale di circa 12–13 ettari. La sua origine risale al Medioevo, ma con precedenti possibili già in epoca romana o persino punica. Secondo alcuni studi, il sito conserva tracce archeologiche che suggeriscono l’esistenza di una villa romana e di un’attività olearia. Nel corso dei secoli XII–XIII l’olivicoltura fu rilanciata nell’area sotto l’impulso dei monaci benedettini, che impiantarono il primo nucleo dell’oliveto attuale. L’interesse per la coltura dell’olivo continuò poi durante il dominio pisano e, soprattutto, durante quello spagnolo, quando la popolazione fu incentivata ad innestare olivastri; ogni nuovo innesto garantiva la proprietà della pianta all’avente diritto, anche se il terreno era di un altro proprietario. Questo sistema ha creato nel tempo una peculiare situazione giuridica: la separazione tra la proprietà dell’albero e quella del suolo. Il sito è stato riconosciuto come monumento naturale dalla Regione Sardegna. L’area ospita oltre settecento esemplari di Olea europaea L., molti dei quali plurisecolari, innestati tra il XIV e il XVII secolo su olivastri preesistenti. Gli alberi, distanziati l’uno dall’ altro in modo regolare, si presentano con tronchi massicci, contorti e nodosi, che raggiungono talvolta circonferenze superiori ai dieci metri. Tra tutti spicca l’esemplare noto come “Sa Reina”, la “regina” dell’oliveto, il simbolo vivente del sito: ha un tronco di circa 16 metri di circonferenza e un’età stimata intorno ai 900 anni, uno tra gli ulivi più imponenti dell’intero bacino mediterraneo. Il complesso si colloca ai piedi della collina su cui si ergono i ruderi del castello medievale di Gioiosa Guardia (XII-XIII secolo), che domina il paesaggio e contribuisce a rendere il sito di straordinaria suggestione, in cui natura e storia si fondono in un unicum. La disposizione spaziosa degli alberi e l’assenza di sottobosco permettono una percezione nitida e continua delle forme scultoree dei tronchi, esaltando il carattere monumentale del luogo. Oggi l’oliveto conserva non solo un valore ambientale e paesaggistico, ma anche un significato identitario e comunitario, poiché gli ulivi continuano a essere coltivati e accuditi, mantenendo viva una tradizione secolare di produzione olearia e di fruizione collettiva. Aspetti d'interesseS’Ortu Mannu rappresenta un esempio unico di oliveto monumentale mediterraneo, con oltre 700 esemplari plurisecolari. L’insieme si distingue per l’eccezionale valenza scenografica data dalla monumentalità degli ulivi secolari, disposti in uno spazio unitario che conferisce al complesso l’aspetto di un museo a cielo aperto. Le forme contorte dei tronchi, con cavità e aperture naturali, assumono carattere scultoreo e conferiscono all’ambiente una forte componente plastica ed espressiva. La ripetizione regolare degli esemplari genera una sequenza visiva che guida lo sguardo in profondità, creando prospettive ritmate e suggestive. L’ampiezza delle chiome, che si stagliano contro lo sfondo della collina di Gioiosa Guardia, produce un contrasto tra la massa arborea e l’apertura del paesaggio circostante, accentuando il legame tra natura e storia. L’imponente ulivo denominato “Sa Reina” ha un tronco di circa 16 metri di circonferenza, un’età stimata intorno ai 900 anni, e si afferma come uno tra gli ulivi più imponenti dell’intero bacino mediterraneo. BibliografiaN. Dietzel Nelly, S'Ortu mannu e Sa reina. Nuoro, Ilisso, 2024.
Lisez tout
commentaires