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Pasta

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Culurgiones. Foto di Elisabetta Messina, da Sardegna Digital Library

In Sardinian food culture, pasta holds a structurally different position compared to the role it plays in the gastronomic traditions of the Italian peninsula. Its development and the origins of the island's most famous shapes are linked to the spread of cereal crops—historically concentrated in the Logudoro and Campidano regions—where durum wheat cultivation, alongside sheep farming, served as a pillar of the local economy for centuries. While sheep rearing gave rise to the island's great cheesemaking tradition, wheat cultivation generated a parallel body of technical knowledge regarding the processing of semolina; pasta and bread represent the most elaborate expressions of this craft.

Unlike the egg-based pasta common across much of Northern Italy, Sardinian pasta is almost always made from simple ingredients: durum wheat semolina and water—sometimes with the addition of saffron or a filling. This simplicity reflects the material realities of the island's agro-pastoral society, where eggs were a precious resource reserved for other culinary or ceremonial uses, whereas wheat formed the most stable and accessible staple of the daily diet. The processing of semolina—centered on lengthy manual procedures rather than complex machinery—resulted in an extraordinary variety of shaping techniques and the emergence of highly distinctive pasta types.

Historically, the central role of wheat in the Sardinian economy is documented as far back as the Roman era—when the island supplied Rome—and was further consolidated under the medieval legal codes of the *Giudicati* (Judicates); notably, the *Carta de Logu* of Arborea regulated the management of cereal harvests and established penalties for the theft of foodstuffs. The island's political and geographical fragmentation—first among the various *Giudicati* (sovereign judicial districts) and later under Catalan-Aragonese and Savoyard rule—helped cement deeply localized pasta-making traditions, with each area developing its own specific shapes, names, and techniques.

Pasta preparation, much like the making of bread and ceremonial pastries, is a form of domestic knowledge passed down directly rather than through written records. Due to their complex execution, certain shapes were the domain of a few specialized pasta makers, whereas others were part of every housewife's standard repertoire. The ceremonial aspect is also significant: specific shapes appear on particular dates in the festive or family calendar, reflecting a consistent link between product and occasion found throughout Sardinian culinary culture. This technical expertise—now threatened by a decline in home-based makers—survives both in small-scale artisanal production and, in a more codified form, through growing interest from researchers and tourists in the island's traditional techniques.

 

Bibliography

G. P. Caredda, Gastronomia in Sardegna. Genova, Sagep Editrice, 1981.
U. Dessy, Sardegna: segni della cultura popolare. Quartu Sant’Elena, Alfa Editrice, 1983.
M. L. Wagner, La vita rustica della Sardegna riflessa nella lingua. Nuoro, Ilisso, 1996.
G. Manno, Storia di Sardegna, vol. II. Nuoro, Ilisso, 1996.
Pani. Tradizioni e prospettive della panificazione in Sardegna. Nuoro, Ilisso, 2005.
A. Mastino, Storia della Sardegna Antica. Nuoro, Il Maestrale, 2005.
F. Sabban, S. Serventi, La pasta. Storia e cultura di un cibo universale. Bari, Editori Laterza, 2015

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Del tempo ordinario

Per quel che riguarda i pani del tempo ordinario la Sardegna può essere suddivisa in tre macro-aree: 1) un’ampia area meridionale in cui si producono pani grossi e con mollica; 2) una zona centrale caratterizzata dalla produzione di un pane a sfoglia (rettangolare, ovale, circolare), da cui si ottengono due fogli croccanti (pane carasau, pan’ ’e fresa, pistocu); 3) una zona settentrionale che si distingue per la produzione di un pane a sfoglia circolare morbida suddivisibile in due fogli (ispianada, pane di Ozieri, pane fine, pan’ ’e pòdhine, pistocu lentu, ecc.). Per quel che riguarda la prima macro area ricordiamo su civraxu, un pane ricco di crusca, di grossa pezzatura, croccante fuori e di morbida mollica dentro. Di forma egualmente tondeggiante e con morbida mollica all’interno è su modhitzosu, realizzato con semola di grano duro. Rientrano nella categoria del pane settimanale non festivo anche is cocois de sìmbula; tipologie abbastanza elaborate di pani a pasta dura, ma meno decorate rispetto a su cocoi pintau o froriu. Un ulteriore pane a pasta dura, in semola di grano duro, è sa tunda, ancora prodotto in poche località, p.es. Teulada. Di grossa pezzatura, presenta la foggia di stella con sette punte (forse con riferimento ai giorni della settimana). Su pane carasau / carasatu, che specie in alcune località (Fonni, Nuoro, Oliena, ecc. esisteva in due varianti sociali: pane di grano duro (su lìmpidu); pane d’orzo (orjathu, ogliathu, ecc.) dal colore più scuro, appannaggio delle classi più umili, nonché unica tipologia disponibile nei periodi di guerra o di carestia, caduto in disuso intorno agli anni Cinquanta del secolo scorso . Al calore del forno questo pane si gonfia e viene tagliato in due sfoglie, ciascuna delle quali da sottoporre a una seconda cottura (carasatura). Tali sfoglie, proprio in virtù della seconda cottura, si conservavano più a lungo nel tempo e, per questa ragione, costituivano il pane che i pastori portavano con sé durante la transumanza. Mentre il pane carasau / carasatu è di foggia prevalentemente circolare, presenta una forma rettangolare su pan’ ’e fresa, egualmente tagliato in due sfoglie e sottoposto ad abbrustolitura. Vi è, inoltre, su pane pistocu, di forma per lo più rettangolare e con uno spessore di 3-4 mm. di contro a 1 mm. del più sottile pane carasau / carasatu. Nonostante la prevalenza delle tipologie di pane or ora descritte nell’area centrale dell’Isola coesistono anche quelli a spianata morbida (p.es. sas panedhas); oppure a pasta dura o a forma di corone. Nell’area settentrionale il pane di Ozieri è una spianata di forma rotonda, morbida e sottile, realizzata con farina di semola di grano duro. Non differisce di molto su pistocu lentu ogliatrino. Tra le spianate ricordiamo su tzichi, tradizionalmente confezionato a Bonorva. La peculiarità di questo pane è che, inizialmente morbido, col passar del tempo s’indurisce e, tagliato a fette di presta a essere cucinato secondo varie ricette (pane a fitas).

Read everything Read everything Per quel che riguarda i pani del tempo ordinario la Sardegna può essere suddivisa in tre macro-aree: 1) un’ampia area meridionale in cui si producono pani grossi e con mollica; 2) una zona centrale caratterizzata dalla produzione di un pane a sfoglia (rettangolare, ovale, circolare), da cui si ottengono due fogli croccanti (pane carasau, pan’ ’e fresa, pistocu); 3) una zona settentrionale che si distingue per la produzione di un pane a sfoglia circolare morbida suddivisibile in due fogli (ispianada, pane di Ozieri, pane fine, pan’ ’e pòdhine, pistocu lentu, ecc.). Per quel che riguarda la prima macro area ricordiamo su civraxu, un pane ricco di crusca, di grossa pezzatura, croccante fuori e di morbida mollica dentro. Di forma egualmente tondeggiante e con morbida mollica all’interno è su modhitzosu, realizzato con semola di grano duro. Rientrano nella categoria del pane settimanale non festivo anche is cocois de sìmbula; tipologie abbastanza elaborate di pani a pasta dura, ma meno decorate rispetto a su cocoi pintau o froriu. Un ulteriore pane a pasta dura, in semola di grano duro, è sa tunda, ancora prodotto in poche località, p.es. Teulada. Di grossa pezzatura, presenta la foggia di stella con sette punte (forse con riferimento ai giorni della settimana). Su pane carasau / carasatu, che specie in alcune località (Fonni, Nuoro, Oliena, ecc. esisteva in due varianti sociali: pane di grano duro (su lìmpidu); pane d’orzo (orjathu, ogliathu, ecc.) dal colore più scuro, appannaggio delle classi più umili, nonché unica tipologia disponibile nei periodi di guerra o di carestia, caduto in disuso intorno agli anni Cinquanta del secolo scorso . Al calore del forno questo pane si gonfia e viene tagliato in due sfoglie, ciascuna delle quali da sottoporre a una seconda cottura (carasatura). Tali sfoglie, proprio in virtù della seconda cottura, si conservavano più a lungo nel tempo e, per questa ragione, costituivano il pane che i pastori portavano con sé durante la transumanza. Mentre il pane carasau / carasatu è di foggia prevalentemente circolare, presenta una forma rettangolare su pan’ ’e fresa, egualmente tagliato in due sfoglie e sottoposto ad abbrustolitura. Vi è, inoltre, su pane pistocu, di forma per lo più rettangolare e con uno spessore di 3-4 mm. di contro a 1 mm. del più sottile pane carasau / carasatu. Nonostante la prevalenza delle tipologie di pane or ora descritte nell’area centrale dell’Isola coesistono anche quelli a spianata morbida (p.es. sas panedhas); oppure a pasta dura o a forma di corone. Nell’area settentrionale il pane di Ozieri è una spianata di forma rotonda, morbida e sottile, realizzata con farina di semola di grano duro. Non differisce di molto su pistocu lentu ogliatrino. Tra le spianate ricordiamo su tzichi, tradizionalmente confezionato a Bonorva. La peculiarità di questo pane è che, inizialmente morbido, col passar del tempo s’indurisce e, tagliato a fette di presta a essere cucinato secondo varie ricette (pane a fitas).

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