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Il lentisco

Il lentisco

Lentisco (Pistacia lentiscus). Foto di Antonello Chiaramida, 2008. Da Sardegna DL.

Il lentisco (Pistacia lentiscus) è un arbusto sempreverde tipico della macchia mediterranea. Molto diffuso e resistente alla siccità può raggiungere i 10 m di altezza.
Assieme ad altre specie della macchia mediterranea (cisto, mirto, timo, ecc.) contribuisce a caratterizzare il paesaggio visivo e olfattivo descritto da Grazia Deledda nelle opere di ambiente sardo.

Nella novella Vita Silvana, che apre la raccolta Nell’azzurro, il profumo dei lentischi si fonde con il ritmo di un canto popolare (mutu) in un’atmosfera sognante nella quale natura e cultura s’intersecano:
Iscarpittas de bidru
Giughet su visuré
Chin solos de cristaglio 
Iscarpittas de bidru […]
Il pittore non capiva una parola, eppure la voce, il tono, il ritmo grazioso dello stornello […] quasi confuso col profumo dei lentischi e delle rose montane, lo colpirono in fondo all’anima.

L’atmosfera onirica indotta dall’olezzo dei lentischi, assieme alle fragranze tipiche della flora sarda e alle note della poesia popolare, ricorre anche nel romanzo giovanile Fior di Sardegna (1891):
[…] il venticello olezzante di lentischi e di giunchi susurrava un’armonia lontana, e il canto delle poesie sarde s’innalzava nel silenzio delle montagne.

In Canne al vento le foglie sempreverdi del lentisco, assieme ad altri elementi della flora sarda, costituiscono un richiamo cromatico dell’abito tradizionale. Il tutto sortisce ancora un felice amalgama fra natura e cultura, elemento costante dalle prime opere narrative della scrittrice nuorese sino ai romanzi della maturità.
Allora, nel luogo tutto l’anno deserto, nei campi incolti e selvaggi, era come un’improvvisa fioritura, un irrompere di vita e di gioia. I colori vivi dei costumi paesani; il rosso di scarlatto, il giallo delle bende, il cremis ardente dei grembiuli, ardevano come macchie di fiori tra il verde dei lentischi e l’avorio delle stoppie.

L’utilizzo dell’olio estratto dalle specie selvatiche, il lentisco e l’olivastro, svolgeva la funzione di segno di distinzione sociale, identificativo delle classi più povere, rispetto all’impiego dell’olio estratto dalla pianta coltivata, l’olivo, appannaggio quasi esclusivo dei ceti agiati. Ad esempio, che l’impiego dei frutti del lentischio per l’estrazione dell’olio assumesse la funzione segnica di marcatore di status è ben esemplificato dal fatto che, come documentato da Grazia Deledda nella ricerca giovanile sulle tradizioni popolari di Nuoro, su zistru (il soprannome) assegnato a un contadino poverissimo era Su Re Chessa (il Re Lentischio). Va precisato che in annate particolarmente calamitose, in cui scarseggiavano le olive, o durante le fasi di penuria alimentare coincidenti con i conflitti bellici o nei frangenti ad essi immediatamente successivi, l’utilizzo dell’olio estratto dalle drupe del lentischio e dalle olivelle si estendeva a buona parte della società, senza grosse distinzioni di censo.

Il lentischio nel pensiero folklorico era considerato in grado di contrastare il malocchio, forse in quanto arbusto sempreverde e selvatico, carico della forza della natura indomita, non addomesticata dall’uomo. Inoltre, dalla novella deleddiana Il pastorello si evince che l’olio di lentisco rientrava fra le possibili componenti volte alla preparazione della cosiddetta abba ’e s’assustru (‘acqua dello spavento’), uno dei rimedi terapeutici tradizionali che a livello popolare erano elaborati per far fronte a s’assustru (lo spavento), concepito in ambito folklorico, non diversamente dal malocchio, come uno dei maggiori pericoli per la salute dell’individuo.

L’olio di lentischio era utilizzato anche a scopo medicamentoso come unguento (talora commisto ad altre sostanze, p. es. miele) per le scottature. Vittorio Angius documenta come unzioni di olio di lentischio fossero usate quale intervento terapeutico per la cura delle pecore affette da vaiolo.

IAgli impieghi medicamentosi del lentisco si fa riferimento anche nel romanzo deleddiano La Giustizia, dove una particolare qualità dell’arbusto è ricercata per la cura di un bue, vero e proprio capitale economico delle famiglie contadine:
[…] ho un bue malato e temo mi muoia. Ho mandato mio figlio nei salti di Orgosolo […]. Ha le foglie grandi e lucenti che guariscono le malattie del bestiame.

Dalla combustione delle radici del lentisco era possibile ricavare fuochi imponenti, come quello menzionato nel più noto romanzo deleddiano Canne al vento:
Un gran fuoco di lentischi, come lo aveva veduto Noemi fanciulla, ardeva nel cortile di Nostra Signora del Rimedio, illuminando i muri nerastri del Santuario e le capanne attorno.

L’olio di lentischio grezzo è stato sempre usato nell’Isola, sino agli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, per l’illuminazione domestica. Le lampade consistevano in un rudimentale recipiente di latta, o in un bicchiere di vetro, riempito per circa due terzi di acqua e il resto d’olio, e recante agli angoli uno o più stoppini, sostenuti da un luminello in sughero.

Dunque, il lentisco, pianta arbustiva selvatica, umile rispetto all’olivo, conosceva numerosi impieghi nella tradizione sarda ritenuti di fondamentale importanza.
E non è un caso che Grazia Deledda, scrittrice autodidatta eppure vincitrice del più alto riconoscimento letterario, il Premio Nobel per la Letteratura, nella novella Sole d’estate paragoni sé stessa al lentisco: 
Sarò anch’io come il lentischio, che solo per gli umili che ne conoscono il segreto nasconde nelle sue radici la potenza del fuoco, e nel frutto selvatico l’olio per la lampada e per gli unguenti.



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