Nennere Orosei. Foto di Marcello Mele, 2024, da ISRE
Sos Nènneris (o Is Nènniris) consistono in germogli di grano e legumi fatti germinare a buio, e perciò di colore giallognolo, decorati di fiori. Vengono portati in chiesa il Giovedì Santo per addobbare il “Sepolcro” di Cristo. La loro esposizione vuol significare la speranza della rinascita, simboleggiata da germogli che spuntano timidamente e poi si sviluppano. Sono il simbolo della Resurrezione di Cristo dal buio del sepolcro. Ma, visto il periodo in cui si preparano, segnano anche il passaggio stagionale dalle tenebre alla luce, dal sonno della natura al suo risveglio.
Precisissima e suggestiva per la messa in evidenza di tutti gli aspetti simbolici è la descrizione della preparazione dei Nènneris fatta da Grazia Deledda nel romanzo La chiesa della solitudine (1936):
«Il mercoledì Santo Concezione preparò nella chiesetta il Sepolcro di Nostro Signore. Poco più sotto i gradini dell’altare stese un’antica coperta filata e tessuta dalla nonna del padre, la moglie del famoso rapinatore, riservata solo per l’uso della sacra ricorrenza: era di lana di pecora ma sembrava di seta cruda, con un bordo di greche nere, e sul fondo fiori di asfodelo.
Vi depose al centro il crocefisso che il resto dell’anno rimaneva appeso, stanco e rassegnato, alla parete nell’angolo della chiesa. Steso sulla coperta, parve un altro, il viso dolce e olivastro, bucato dai tarli come quello di un uomo che ha sofferto il vaiuolo, pulito dalla polvere, si rivolgeva in alto, gli occhi si socchiudevano, le membra tutte, pur così richiodate e insecchite, si distendevano nude d’una castità di ramo stroncato dal vento, con un vero abbandono di riposo. Era, sì, come il ramo caduto sull’erba, stroncato dal vento o dal potatore, non morto, anzi pronto a germogliare di nuovo, se la terra lo riprende: e Concezione, in quel giorno di acerba primavera, sentiva anche lei qualche cosa di simile. Sette piattini fondi, dove ella aveva fatto germogliare nell’acqua un po’ di grano, furono collocati, come diadema di rinascita, intorno alla testa del Cristo: era bianco il grano e odorava di amido: come simbolo poteva andare, ma sarebbe stato troppo melanconico, quasi innaturale come i capelli dei neonati, cresciuti nel buio delle viscere materne, se in sette bicchieri di vetro, uno diverso dall’altro, non avessero riprodotto i colori dell’arcobaleno i primi fiori dell’orto e quelli del ciglione sopra la valle: viole, narcisi, violaciocche, margherite bianche e arancione, e pervinche del colore cielo di marzo. Stretti e lunghi erano i mazzolini; e pareva si sovrastassero infantili, al di sopra dei pallidi ciuffi di grano, illuminando l’aria coi loro colori.
Quando ebbe finito, Concezione s’inginocchiò sul lembo rimasto libero del tappeto, piegandosi a baciare i piedi di Nostro Signore: e le parve che il freddo di quelle dita stanche non fosse il freddo della morte, ma quello di un povero che non ha fuoco e aspetta il primo sole primaverile per riscaldarsi».
Di seguito puoi navigare fra una selezione di oggetti digitali e immagini selezionate dai contenuti del portale SardegnaCultura che richiamano la narrazione di Grazia Deledda. Troverai alcune immagini che ritraggono i vasetti contenenti sos Nènneris; la copia digitale scaricabile della prima edizione del romanzo La chiesa della solitudine pubblicata a Milano da Fratelli Treves editore nel 1936 (la citazione riportata si trova nelle pagine 90-91); alcune immagini di tappeti di fattura sarda, un’immagine del volto del Cristo deposto e l’immagine della Chiesa della solitudine a Nuoro. Se vuoi scoprire di più clicca sugli oggetti digitali e sarai indirizzato alla scheda descrittiva di approfondimento.
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