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Storie

Nel nome del pane

Nel nome del pane

Murale, Lavorazione del pane, Elisabetta Tanas, 2013. Immagine di Davide Cassanello, 2016. Da Catalogo BBCC.

«Donna Ester fece il pane apposta, un pane bianco e sottile come ostia, quale si fa solo per le feste, e di nascosto dalle sorelle comprò anche un cestino di biscotti. Dopo tutto era un ospite che arrivava, e l’ospitalità è sacra».  

Nel III capitolo del romanzo deleddiano Canne al vento (1913) donna Ester, una delle tre dame Pintor, nobiltà decaduta del paese di Galte (Galtellì), alla notizia dell’arrivo da Civitavecchia del nipote Giacinto prepara il pane delle feste.  Cosa intendeva festeggiare donna Ester? Non la semplice ospitalità, giacché per rendere onore all’ospite sarebbero bastati i biscotti che aveva acquistato. Giacinto era il figlio di Lia, terza delle quattro dame Pintor, fuggita in gioventù a causa dell’eccessivo rigore paterno. Dopo la fuga, Lia si sposò a Civitavecchia, ove nacque Giacinto.  Gli anni passarono e, alla morte dei suoi genitori, Giacinto comunicò per lettera alle zie di voler tentar fortuna, trovando un onesto lavoro, nel paese materno. 
Secondo una concezione ciclica dell’esistenza radicata a livello tradizionale, Giacinto era la vita che ritorna da una generazione all’altra, come il lievito madre (nuorese, màdriche), del quale veniva conservata una parte, da rinfrescare, da una panificazione all’altra. E non solo da una generazione/panificazione, ma da più generazioni /panificazioni. Non lo diceva forse anche la vecchia zia Pottoi alla notizia dell’imminente arrivo di Giacinto: «Don Zame (il padre delle dame Pintor) bonanima ritorna»? In questa parte della narrazione Giacinto, il figlio di Lia, rappresenta il passato che irrompe, vivo, nel presente delle dame Pintor, oltre la morte, e, pertanto, va accolto col pane.  
Ancora Grazia Deledda, capace di unire alla maestria dispiegata nella scrittura letteraria la profonda conoscenza delle tradizioni popolari locali, assimila, nella novella giovanile Il pane domestico (1895), il lievito a una «linfa vitale»:  
«Veniva fuori il lievito dal ripostiglio dove, entro una scodella dorata che sembrava un vaso sacro, lo si conservava dall’una all’altra cottura del pane; e sopra il mucchio di farina che lo accoglieva e seppelliva, come una linfa vitale, la mano bianca segnava una croce che veniva ripetuta sul viso prono come a specchiarsi nel cerchio della corba preziosa». 
Fra i gesti rituali compiuti in questa fase del lavoro della panificazione spicca certamente il segno di croce impresso sull’impasto inglobante il lievito. Sotto il profilo funzionale era l’indizio da cui poter dedurre l’avvenuta lievitazione del pane. Nel Campidano di Cagliari l’espressione Candu su framentu at fattu cruxi indica che, perfezionatosi il processo di lievitazione, il segno di croce assumeva un carattere più marcato, con solchi più profondi. Dal punto di vista religioso, invece, il segno di croce era finalizzato a proteggere il pane, cibo per eccellenza, alimento fondamentale ai fini della sussistenza. Il pane, inoltre, nel pensiero folklorico era considerato come una sorta di “doppio” della sfera vitale umana. Non a caso, quando una pagnotta cadeva e si rivoltava sotto sopra, ci si affrettava a raccoglierla e rimetterla in posizione, contro il rischio che potesse andare francas a susu sa domu, ossia che potesse andare a gambe in su la casa, mandando allo sfacelo i suoi abitanti.  

Di grande interesse è un’ulteriore novella deleddiana Il pane, compresa nella raccolta Il dono di Natale (1930). Si comprende dal contenuto che il “saper fare” legato al pane era un bagaglio di abilità, che faceva di una donna una buona massaia agli occhi della propria famiglia e della comunità intera. Perciò, benché Grazia Deledda appartenesse a una famiglia benestante, sua madre, la padrona, e lei stessa, la padroncina, partecipavano in prima persona alla panificazione assieme alle serve. Operazione faticosa, che imponeva il risveglio nel cuore della notte, proprio per dare inizio al rito della lievitazione:  
«Finché sono stata signorina, mi è toccato di fare il pane in casa. Questo voleva nostra madre, e questo bisognava fare: non per economia, che grazie a Dio allora si era ricchi, più ricchi di quanto ci si credeva, ma per tradizione domestica: e le tradizioni domestiche erano, in casa nostra, religione e legge».  

Oltre a distinguere il tempo ordinario da quello festivo, il pane in quanto alimento sacro, per la sua linfa vitale e per i significati evangelici, diventava, nel fare, esso stesso preghiera, come precisa la scrittrice nuorese:  «Mia madre … pregava sempre sottovoce, perché quando si fa il pane è come si stia in chiesa». 

Sull’importanza del pane, che l’antropologo Alberto M. Cirese definiva, per numero e complessità di varianti, al pari della poesia popolare, «una specializzazione culturale dei sardi». È interessante ricordare anche quanto affermato dall’artista ogliastrina Maria Lai:  «La mia prima accademia l’ho frequentata con le donne che facevano il pane a casa mia». Così rivelava Maria Lai, ben conscia del fatto che ad animare le sue opere (non poche delle quali realizzate in pane), fosse il soffio vivificante, prima ancora che dell’arte, delle tradizioni della sua terra.

Vedi tutta la collezione di Storie su Grazia Deledda "A chent'annos dae su Nobel"

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