In den schwierigen Jahren nach dem Zweiten Weltkrieg war die sardische Kultur von der Intensität des zivilen Engagements geprägt. Das Ziel der sozialen und kulturellen Erlösung der Insel vereint Künstler, die an der Front des Realismus arbeiten, und solche, die darauf abzielen, die Sprachen auf der Grundlage der Avantgarde zu aktualisieren.
Trotz der heftigen Debatte, die in den fünfziger und sechziger Jahren geführt wurde, nahm Innovation jedoch keine radikalen Töne an: Sardinien „überspringt“ das konzeptionelle Moment, das sich von der Überwindung der Grenzen zwischen den Techniken und dem Eindringen der Kunst in den Alltag unterscheidet, um sich auf Forschungen mit informellem und analytischem Ton zu verlassen.
Darüber hinaus machen sardische Künstler angesichts der Konsolidierung eines Kunstsystems, das von der Logik des internationalen Marktes dominiert wird, das Fehlen von Galerien und Ausstellungskanälen, die im Ausland anerkannt sind, in der Region zunichte.
Zwischen den achtziger und neunziger Jahren, als ein neuer künstlerischer Hebel entstand, für den das Verhältnis zur Identität nicht mehr das dominierende Anliegen war, spiegelte sich der Aufstieg von Museums- und Bildungsstrukturen für zeitgenössische Kunst und eine weit verbreitete kritische Aktivität wider.
Im architektonischen und städtebaulichen Bereich ist Sardinien nicht von den endemischen Übeln des republikanischen Italiens ausgenommen. Das unkontrollierte Wachstum der Städte, kostengünstiges Bauen, die systematische Veränderung, wenn nicht Zerstörung traditioneller Kontexte gehen nur selten mit der Fähigkeit einher, Neues intelligent zu entwerfen und zu bauen.
Sono tre gli episodi che la letteratura artistica ha indicato, in momenti diversi, come punto di inizio della storia dell'arte del Novecento in Sardegna. Il primo è l'Esposizione tenutasi a Sassari nel 1896, cui parteciparono numerosi artisti sardi e della penisola e che rappresenta il primo incontro ufficiale di questo tipo.Altro momento è quello relativo alla presenza in Sardegna di due pittori spagnoli, Eduardo Chicharro Agüera e Antonio Ortiz Echagüe, rispettivamente nel 1901 e nel 1906-1909, rappresentanti della corrente pittorica del costumbrismo iberico, le cui opere risvegliarono la sensibilità dei pittori sardi verso i valori (non ultimo quello dell'identità) delle proprie tradizioni.Infine nel 1907 il grande successo ottenuto alla Biennale di Venezia dallo scultore nuorese Francesco Ciusa, che con l'opera "La madre dell'ucciso", il cui significato non fu comunque compreso a fondo, portò l'attenzione dei critici della penisola verso i temi della cultura sarda.In realtà, ciascuno di questi episodi, pur non rappresentando in sé l'inizio del nuovo corso dell'arte sarda, ha costituito un tassello importante di tale processo.La mostra sassarese del 1896 ha segnato l'avvenuta presa di coscienza, nel ceto intellettuale, della mancanza di un'arte sarda e della stringente necessità del suo sorgere; il soggiorno degli spagnoli ha assecondato l'evolversi della situazione; l'affermazione di Ciusa rappresenta il primo riconoscimento sul piano nazionale del fermento ormai in atto.Un deciso momento di svolta rispetto alle esperienze ottocentesche si può quindi individuare tra il 1904 e il 1905, anni in cui si delinea per la prima volta una forte saldatura tra gli artisti e gli intellettuali isolani e si assiste all'emergere di tre personalità determinanti per la formazione del movimento figurativo sardo: Ciusa, appunto, e con lui i pittori Giuseppe Biasi e Filippo Figari.MONOGRAFIEG. Altea, Francesco Ciusa. Nuoro, Ilisso, 2004 (I maestri dell'arte sarda; 3);G. Altea, Giuseppe Biasi. Nuoro, Ilisso, 2004 (I maestri dell'arte sarda; 1);G. Murtas, Filippo Figari. Nuoro, Ilisso, 2004 (I maestri dell'arte sarda; 2).
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