Prima della diffusione di una fitta rete di mulini pubblici elettrici, avvenuta tra le due guerre mondiali, due erano fondamentalmente i sistemi usati per la molitura dei cereali: la mola asinaria, variante della mola romana antica, presente in tutta l'Isola a livello domestico, ma soprattutto nelle zone del Meridione, e i mulini ad acqua
Le mola asinaria (sa mola), il cui uso ha manifestato in Sardegna una persistenza tenace per ragioni di ordine socio-economico, attualmente adorna giardini e cortili urbani, e spesso viene messa in mostra nei musei etnografici della Sardegna, avendo acquisito lo status di simbolo del passato contadino, oggetto d'affezione e potente simbolo della memoria culturale.
Essa presenta in tutta l'Isola caratteristiche uniformi. I soli elementi variabili sono i materiali di realizzazione e, in misura minore, le dimensioni. I palmenti erano costruiti in pietra vulcanica (basalto, tufo, trachite), mentre il contenitore di raccolta era generalmente in pietra o legno e dotato di sportello che consentiva l'estrazione del macinato. La tramoggia, in legno o in paglia e giunco, era tenuta sospesa da travi, piccole assi e cordicelle al soffitto o ad una parete; oppure era sostenuta da un telaietto autonomo.
Nonostante la sua arcaicità e apparente semplicità, la mola asinaria era in grado, grazie alle sue caratteristiche tecniche, di produrre farine atte alla confezione di pani esteticamente raffinati, come quelli di uso cerimoniale. I palmenti erano entrambi scanalati; tra la tramoggia e la macina veniva generalmente collocato un piccolo regolatore della discesa dei grani, fatto in legno, sughero o cuoio, con la possibilità di modificare e regolare la finezza del macinato, accelerando o rallentando la velocità di scorrimento dei grani stessi.
Il posto della mola nella casa non era mai casuale. In un localino apposito nella corte, in un angolo del loggiato o della cucina, a seconda della tipologia abitativa e della condizione sociale, la collocazione della mola doveva consentire di udire il caratteristico rumore delle pietre che giravano a vuoto, al fine di controllare e incitare l'asinello (su molente – i), appositamente addestrato, che la azionava. Nonostante la poco potente fonte d'energia, la mola asinaria poteva soddisfare le esigenze di più famiglie, legati da rapporti di parentela, di vicinato o di amicizia.
I mulini idraulici erano, invece, impianti pubblici, situati per lo più in piccole valli coltivate e irrigate, grazie alle opere di canalizzazione necessarie per il funzionamento dell'impianto stesso. Isolati o a schiera, essi erano spesso associati alle gualchiere per la follatura dell’orbace e a lavatoi riparati da tettoie. Quelli dei mulini erano, dunque, luoghi, come altrove in Europa, intensamente antropizzati, oggi per lo più deserti e rinselvatichiti. ll tipo di mulino ad acqua più frequente in Sardegna è quello a ruota orizzontale, più semplice e arcaico, meno produttivo, ma maggiormente adattato all’ambiente rispetto al più noto mulino a ruota verticale.
Alla fine dell'Ottocento, nelle città e nei grossi borghi, cominciarono a sorgere i mulini a vapore, sostituiti tra le due guerre mondiali dai mulini elettrici che si diffusero capillarmente anche nelle campagne. Intanto andavano maturando cambiamenti ben più profondi. La grande industria molinologica e i forni pubblici, tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, sottrassero in massima parte il settore di trasformazione dei cereali all'ambito locale e familiare. Contemporaneamente all’attività delle ultime mole asinarie venne meno anche quella esercitata della rete dei piccoli mulini rurali elettrici.
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Anno : 1998
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