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Il culto di San Francesco d'Assisi nella narrativa di Grazia Deledda

Il culto di San Francesco d'Assisi nella narrativa di Grazia Deledda

Nuoro, ritorno da San Francesco. Foto di Piero Pirari, Archivio ISRE, Da Sardegna DL

Il 4 ottobre, festività dedicata a San Francesco d’Assisi, quest’anno coincide con l’ottavo centenario della sua nascita al Cielo. In vero, San Francesco morì alla Porziuncola (Assisi) il 3 ottobre del 1226 intorno alle 19:00. Ma secondo il conteggio del tempo in epoca medievale, dopo il tramonto iniziava già il giorno successivo. Donde la ricorrenza del 4 ottobre.
A valere sulla Legge n. 151/2025, dal 1° gennaio 2026, anche il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, rientrerà a tutti gli effetti tra le festività nazionali.
Inoltre, con un Decreto speciale, Papa Leone XIV ha indetto un Anno Giubilare dedicato a San Francesco d’Assisi, dall’11 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027. Durante tutto quest’Anno Giubilare otterrà l’indulgenza plenaria chi, alle consuete condizioni, visiterà, in tutto il mondo, chiese francescane e luoghi di culto dedicati a San Francesco. Guadagnerà l’indulgenza plenaria, naturalmente, anche chi si recherà presso il santuario campestre consacrato al mistico di Assisi qui in Sardegna, poco lungi dal paese di Lula e detto, perciò, "San Francesco di Lula".
La festa presso questo suggestivo edificio religioso sito alle pendici del Monte Albo si svolge due volte all’anno. Il 4 ottobre, preceduta da un triduo, e il 10 maggio, anticipata da un novenario. In entrambi i casi è accompagnata dall’atto devozionale di un pellegrinaggio che prende le mosse da Nuoro, dipanandosi per oltre una trentina di chilometri. Il santuario e il pellegrinaggio sono descritti con dovizia di particolari in uno dei più noti romanzi deleddiani Elias Portolu.
Il lungo pellegrinaggio è evocato anche in Canne al vento nelle parole dell’usuraia Kallina: 

-  È un male da cani, il male di testa, Efix mio. Ho persino promesso di andare in pellegrinaggio a San Francesco, adesso, in ottobre...

Appena tratteggiato, ma con straordinaria efficacia, il suddetto edificio sacro si staglia fra le macchie della flora selvatica baciate dal sole nelle pagine di un altro romanzo deleddiano, Dopo il divorzio:

videro la chiesa di San Francesco, bianca, al sole, adagiata a mezza china, fra le macchie lucenti […].

In Elias Portolu, la scrittrice nuorese fa riferimento alla leggenda di fondazione del santuario (quello attuale fu edificato alla fine del XVIII secolo, come rifacimento di una struttura del secolo precedente): 

La chiesa di San Francesco sorge sulle montagne di Lula. La leggenda la dice edificata da un bandito che, stanco della sua vita errabonda, promise di sottomettersi alla giustizia e di far sorgere la chiesa se veniva assolto. Ad ogni modo, vera o no la leggenda, i priori, cioè quelli che dirigono la festa, vengono ogni anno sorteggiati fra i discendenti del fondatore o dei fondatori della chiesa. Tutti questi discendenti, che si dicono anche parenti di San Francesco, formano, al tempo della festa e della novena, una specie di comunità, e godono certi privilegi.

Fra i discendenti del bandito graziato dal Santo di Assisi, detti altresì «parenti del Santo», vi erano anche i Portolu. A essi, oltre all’onore della “parentela” col Santo, spettava l’onere di concorrere ai preparativi della festa, alla manutenzione del santuario e delle sue pertinenze.
Così, pochi giorni prima dello svolgimento della festa, Pietro, fratello del protagonista Elias, si recò a San Francesco col suo carro a buoi, e prestò gratis l'opera sua, assieme con altri contadini e muratori, alcuni dei quali lavoravano per voto.
Quell’anno i Portolu erano particolarmente grati al Santo, a seguito della scarcerazione di Elias, tornato a casa dopo di tre anni trascorsi in un penitenziario del “continente”. Così pregava il Santo d’Assisi zia Annedda, la madre di Elias e Pietro:

- Ah, Santu Franziscu bellu, piccolo San Francesco mio, io non ho parole per ringraziarti. Pigliati la vita mia, se ti piace, tutto quello che vuoi, ma che i miei figli siano felici, che vadano per le rette vie del Signore, che non siano troppo attaccati alle cose del mondo, Santu Franzischeddu mio!»

Per parte sua, Zia Annedda, donò una cospicua quantità di frumento alla prioressa, e assieme con le altre donne della tribù dei discendenti del fondatore della chiesa, aiutò a mondare la farina e a confezionare il pane per la novena. Una parte di questo pane fu recato in dono agli ovili della campagna nuorese da un messo del priore. Ad ogni ovile un pane. I pastori lo ricevevano con devozione, e in cambio davano quanto più potevano dei loro prodotti: alcuni anche denaro e agnelli vivi, altri promettevano di donare intere vacche che sarebbero andate ad aumentare i già ricchi armenti del Santo.
Zio Berte Portolu, marito di zia Annedda, mentre questa era impegnata nei preparativi («fece del pane speciale, biscotti, dolci di mandorle e miele; comprò caffè, rosolio, altre provviste») donò al Santo una pecora non tosata e tutta «l’entrata» (il prodotto) di un giorno delle sue greggi.
La festa descritta nelle pagine di questo romanzo è quella primaverile del mese di maggio, sì che la scrittrice ha la possibilità di rappresentare il rigoglio della natura in mezzo alla quale è adagiato il bianco santuario campestre, circondato da una cinta di cumbessias, piccoli edifici alloggio per i novenanti.  
I discendenti del fondatore della chiesa presero posto nella cumbissia maggiore: «una lunghissima stanza, semibuia, rozzamente selciata, col sotto-tetto di canne». Solo sei famiglie l'abitavano, il resto dei novenanti era gente non appartenente alla tribù dei “parenti del Santo”, e quindi abitava le altre numerose stanzette.
Il tempo della festa era fatto di preghiera, ma anche di canti, balli, risate, cibo sovrabbondante, corteggiamenti.
Alla fine della festa, prima della partenza, il priore vecchio consegnava lo stendardo, la nicchia con la statua del Santo e le chiavi al priore nuovo, sorteggiato il giorno prima. La prioressa divideva il pane e le provviste avanzate e l'ultima caldaia di filindeu tra le famiglie della grande cumbissia. 
Su filindeu è il piatto rituale che i priori del santuario di San Francesco di Lula offrono ai pellegrini che vi pervengono. É una minestra calda, povera, confortante e nutriente. In un denso brodo di pecora, insaporito con pecorino fresco, viene cotta una pasta molto speciale: fili sottilissimi disposti in tre strati sovrapposti che vanno a formare un affascinante intreccio intessuto su supporto circolare di asfodelo. Il suggestivo intreccio di pasta viene fatto essiccare al sole e spezzato in frammenti.
Piatto povero, ma carico di poesia e circondato da un’aura di religiosità, su filindeu al Santo di Assisi sarebbe certamente piaciuto.

                                                    Elias Portolu
Testo
Elias Portolu

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