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Il mese di settembre e le attività tradizionali della Sardegna rurale nella narrativa deleddiana

Il mese di settembre e le attività tradizionali della Sardegna rurale nella narrativa deleddiana

Nule, uomini che pressano l'uva. Foto di Sara Ruth Zedeler. ISRE Fondo Bentzon, da Sardegna DL

Il capudanni / capidanni / cabudanni/ cabidanni (dal latino caput-anni, capo dell'anno) è l'antico “Capodanno agricolo” sardo, che coincide con il mese di settembre. Per la tradizione isolana, questo periodo segna l'inizio dei nuovi cicli produttivi, primo fra tutti la vendemmia, processo che trasforma l’uva sulla pianta in vino pronto per l’affinamento.  In questo stesso frangente si stipulavano i contratti, si decidevano e suggellavano rapporti di lavoro. Iniziava così l’annata agraria. Settembre era il mese in cui si contraevano e si rinnovavano i contratti di affitto dei campi, quelli dei braccianti, pastori e donne di servizio. 

Nel terzo capitolo del romanzo La via del male (1906), Grazia Deledda descrive una scena rurale: la vendemmia; lavoro agricolo che, alla stregua della raccolta delle olive, di poco successiva, favoriva l’avvicinamento fra i due sessi, in un’atmosfera di canti, scherzi e gaiezza. 

Gli altri vendemmiatori erano tutti allegri; i giovanotti pizzicavano le ragazze ed esse ridevano e strillavano, agili e dritte, coi cestini colmi d’uva violacea sul cercine che incoronava le loro graziose teste di arabe provocanti. Qualcosa di pagano era in quella semplice festa campestre: un’onda di gioia e di voluttà accarezzava i bei contadini sani che parlavano come sentivano, e le vendemmiatrici che avevano solo la coscienza di quel giorno di sole, della dolcezza dell’uva matura, del contatto coi maschi desiderosi.  
Due giovanotti presero a cantare, senza smettere il lavoro, improvvisando una gara estemporanea sulla bellezza delle fanciulle presenti […]. 
Quella sera lo stradale era animato più del solito; carri carichi lo attraversavano, lenti e gravi, seguiti o guidati dal conduttore che trascinava il pungolo sulla polvere e cantava canzoni popolari. […] 
Gruppi di contadini e di paesane tornavano chiacchierando dalle vendemmie; qualche vecchio a cavallo si disegnava sul fondo grigiastro della montagna, nella vaga nebbia del crepuscolo. 
Nell’aria sentivasi sempre più l’odore dei pampini, del mosto, dell’erba umida; l’uva dei carri aveva vaghi riflessi violacei; le ruote dei carri tracciavano solchi profondi sulla polvere bianca dello stradale […]. I buoi avanzavano, prudenti e gravi nella loro stanchezza taciturna […]. 
L’indomani, non appena spuntato il sole, già il lavoro ferveva nel cortile e nella cantina. Si pigiava l’uva […]. Sotto la tettoia, sopra il grosso tinaccio nero, stava il pigiatoio, entro il quale Pietro, nude le gambe e le braccia, la testa rasente alla trave del tetto e una mano appoggiata al muro, pestava vigorosamente l’uva. Due donne montavano per una scaletta a piuoli fissata davanti al tinaccio, e vuotavano entro il pigiatoio i cestini dell’uva scelta. Le chiazze violacee del mosto macchiavano le vesti e il viso un po’ pallido di Pietro; anche i suoi occhi parevano cerchiati dal succo dell’uva. Ma egli sembrava allegro; rideva e gridava, e ogni tanto si curvava per veder meglio nel cortile. 
Intorno al carro colmo d’uva due ragazze e un giovinetto, aiutati un po’ da zio Nicola, pulivano i grappoli e li gettavano nei cestini di canna che le donne si caricavano sul capo e vuotavano nel pigiatoio sui piedi saltellanti di Pietro. 
Come il giorno prima nella vigna, uomini e donne parlavano e ridevano gaiamente. 

Uno dei momenti di maggior allegria era la parentesi conviviale del pranzo che i padroni predisponevano per i servi. 

In cucina zia Luisa, col corsetto allacciato o la benda intorno al viso impassibile, preparava il desinare per i lavoratori: carne di pecora con patate. 
A mezzogiorno la pigiatura era finita; il desinare pronto. Maria mise per terra, nel mezzo della cucina, un canestro colmo di pane di frumento, e intorno al canestro depose dei piatti concavi, di creta rossa, entro i quali zia Luisa aveva distribuito le patate e la carne di pecora. 

Era un momento di celebrazione dell’abbondanza:  

Quel giorno non si faceva economia di vino, e parecchie volte Maria passò con la caraffa in mano e si curvò per versare il vino nel bicchiere del servo.  

In particolare, la vendemmia è descritta con ricchezza di dettagli nel romanzo autobiografico postumo Cosima

In ottobre ci fu, come al solito, la vendemmia. No, non come al solito, poiché la madre, d’accordo con Andrea, aveva fatto costruire una piccola casa di pietra nella vigna, sotto un pino che vigilava solitario la grande distesa quasi tutta selvaggia come una landa.  Solo la vigna rallegrava coi suoi quadrati verdi e gialli, con qualche filare di grandi fichi bassi, la dolce triste solitudine del luogo: i monti lontani innalzavano una muraglia azzurra intorno all’orizzonte. Il luogo era bello: una specie di oasi nella desolazione della pianura incolta e pietrosa, saettata, nell’estate, da un sole implacabile.  
E nella stagione l’uva, quasi tutta da vino, quel vino leggero ma saporoso che aveva aiutato Cosima a comprar francobolli e spedir manoscritti. 

Anche in quest’opera è descritta l’atmosfera scanzonata e maliziosa, già menzionata precedentemente: 

le donne venute apposta per la faccenda, spinte e pizzicate da Ippolito, coglievano l’uva deponendola in cestini a doppia ansa, che poi trasportavano in due, dondolandoli come culle, versandone i grappoli in un carro apposito, foderato di stuoie, che appena colmo veniva portato in città per la manipolazione del vino. 

Non stupisce che i cestini impiegati per il trasporto dei grappoli siano paragonati a culle, giacché il destino degli stessi grappoli era rinascere come mosto e poi come vino; bevanda viva, poiché fermentata. La “vitalità” del succo di Bacco fa sì che esso a volte possa “scappare” dal recipiente che lo contiene, a differenza dell’acqua che si adatta, prendendo la forma del vaso in cui la si versa (vd. Canne al vento).  
Il vino quale sostanza “animata” è mirabilmente descritto anche nel romanzo Il giorno del giudizio di un altro importante scrittore nuorese, Salvatore Satta: 

La creazione del vino (la vinificazione, come diceva con parola colta Don Sebastiano che l'aveva appresa dai cataloghi delle macchine agricole) rendeva la casa simile a una grande culla. Il vino non è come il grano, che quando è ammassato nel suo magazzino è una duna d'oro, e ha solo bisogno di essere difeso dai diabolici punteruoli; e neppure come l'olio, che quando è uscito dalla notturna mola e poi dai fiscoli pressati, dorme quietamente negli orci antichi quanto il mondo.  Il grappolo straziato dai rulli si accumula, col suo succo innocente e col suo graspo in fondo al tino, sale lentamente verso il bordo, e là se ne sta spargendo il suo profumo, che ancora non è il profumo di un fiore o di un frutto.  Ma c'è, in quella massa iridata, un Dio nascosto, perché non passeranno molte ore, ed ecco un'orlatura violacea apparirà tutto lungo il bordo: allora la massa si solleverà come in un respiro, perderà la sua innocenza, e rivelerà in un sordo gorgoglio il fuoco che la divora. 

Il “respiro” del vino, sostanza viva, poi, alle orecchie dei figli del padrone si trasformava in un “canto”:  

Il mosto scaturisce dal tino, torbido e tiepido, come da una profonda ferita, quando zio Poddanzu (il fattore) toglie con mano esperta il tappo di sughero, che contiene tutto quel mare. […]. 
Ma le botti non sono una cosa inerme come gli orci: quando ricevono il mosto sanno che si sentirà come in una prigione e premerà contro le doghe per schiantarle, si cercherà uno sbocco nel cocchiume come la lava di un vulcano. […] Tutto quel vulcano si riduce a un soffio che passa per un forellino e si dissolve nell’acqua, e l’acqua si schiude in cento piccole bolle, che si gonfiano e si rompono con alterno ritmo, che ha del singhiozzo e del canto. La cantina, le botti, il mosto ormai possono stare soli. Ma nella notte quando Don Sebastiano dorme, i ragazzi più piccoli scendono mezzo svestiti, entrano nel buio della cantina e rimangono delle ore ad ascoltare quel canto che li accompagnerà forse per tutta la vita.