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La festa dell'Assunta

La festa dell'Assunta

Nulvi, Assunta e candelieri. Foto di Barbara Nardecchia. Da Sardegna DL

Il 15 di agosto si celebra in Sardegna l’Assunzione al Cielo della Madonna in anima e corpo, al termine della sua esistenza terrena, segnata non già dalla morte, perché la madre del Signore è esente dal peccato originale, bensì da un sonno profondo. Donde il culto praticato in Sardegna, da molti ricondotto all’influsso bizantino (vige tuttora nella Chiesa ortodossa), che rappresenta la Vergine Maria dormiente, adagiata su una lettiga, e non trionfante, secondo la tradizione prevalente della Chiesa romana.
Proprio secondo le caratteristiche che tale ricorrenza mariana assume in Sardegna, nel XII capitolo del romanzo Dopo il divorzio (1902) Grazia Deledda descrive la festa dell’Assunzione nel paese di Orlei, la cui chiesa già di per sé ricca di suggestivi colori, alle dieci era gremita di una folla variopinta. Le donne accovacciate per terra parevano ranuncoli e papaveri sparsi al suolo. Al centro dell’edificio religioso «nel fiume di luce perlata che la attraversava, apparve una specie di letto azzurro, vigilato da quattro angioletti rosei dalle ali verdi che parevano quattro farfalle. Entro questo letto, sopra cuscini di broccato» era distesa una piccola Madonna dormiente. «Era l’Assunta».
Grande era l’attesa per il panegirico, immancabile in simili ricorrenze, che un giovane sacerdote proveniente da Nuoro avrebbe tenuto in logudorese illustre, la varietà in uso nell’omiletica religiosa, che la Deledda qualifica come «dolce», in contrapposizione ai tratti «aspri/duri» del nuorese (cfr. nuor. pache vs log. paghe ‘pace’; nuor. ape vs logudorese abe; nuor. craru vs. log. giaru ‘chiaro’), e somigliante allo spagnolo, anche in ragione dei numerosi imprestiti colti.
In tutto il paesello di Orlei si respirava un’aria di festa, ma permeata di quel tono melanconico che in Grazia Deledda costituisce la “cifra stilistica” non solo del paesaggio, ma di numerose espressioni della cultura sarda. Il suono di un organetto usciva a tratti da un cortile di solito disabitato «e pareva sgorgasse da sottoterra, prodotto dallo strumento di una vecchia fata (verosimilmente una jana)». «Quel suono di organetto, le casette senz’ombra, in quell’ora di luce ardente, avevano qualcosa di supremamente malinconico».
La processione si tenne a sera, verso le cinque.  Sull’aria azzurra apparve una croce argentea, e per le strade file di confratelli vestiti di bianco (per lo più erano ragazzi ai quali, finita la processione, si davano «tre soldi e una fetta d’anguria»). Ed ecco svettare uno stendardo di broccato verdolino con cento nastri variopinti e il bastone dorato, che annunciava l’Assunta «nel suo letto portatile, con gli occhi chiusi, con la veste coperta di collane e anelli che parevano collane e anelli dell’età del bronzo». Accanto alla Vergine dormiente procedevano, oltre ai portatori, quattro uomini in tunica bianca, accompagnati da altrettanti bambini fungenti da angioletti. I sacerdoti vestiti di broccato e merletti, con le mani giunte e il viso composto, cantavano in latino.
«Una massa di popolo variopinto riempì la strada, mentre la croce argentea dileguavasi nello sfondo».

Suggestioni visive e sonore, quelle qui solo brevemente citate, che oltre al sapiente intreccio narrativo, fanno di questo romanzo uno dei più affascinanti della produzione deleddiana.