Storia dell'evento

Il carnevale ollolaese aveva inizio il giorno di Sant'Antonio anche se i festeggiamenti veri e propri cominciavano la domenica di carnevale proseguendo per tre giorni fino al mercoledì delle Ceneri. Dopo la messa, gli uomini più spigliati e pronti allo scherzo, vestiti con le tipiche maschere del paese, su Truccu, sa Marizola, Maria Vressada, Maria Ishoppa, sa Mamm'e e su Sole, su Caprarju, formavano "sas troppas de harrasehare", ovvero i gruppi del carnevale, ciascuno dei quali era accompagnato da su Portatore, unico componente a non indossare la maschera detta sa carota o sa visera.

Le donne e i bambini non si mascheravano anche se partecipavano agli scherzi e alle rappresentazioni sceniche nelle piazze e per le vie del paese ove si svolgeva la festa. Durante i tre giorni di festeggiamenti ogni gruppo visitava tutte le case dei rispettivi componenti ove spesso veniva offerta una cena a base di arrosto di maiale, salsicce, "savadas", "gathas", formaggio e "galadina", il tutto accompagnato da vino rosso. La sera i balli continuavano nelle case o in qualche piazza del paese.

Durante il periodo fascista, a partire dal 1925 circa, furono vietati i travestimenti che coprivano il viso, e quando, dopo il secondo dopoguerra, furono riammesse le maschere, iniziarono a travestirsi anche le donne.
Secondo la tradizione, su Ziomu, un fantoccio issato su un asino, costruito con paglia e vecchi stracci e contenente al suo interno una botte di vino e una sacca di salsicce, accompagnava lungo le vie del paese il corteo di sos Intintos, uomini che si imbrattavano il volto con il sughero bruciato. Il mercoledì delle Ceneri, a tarda sera, il manichino veniva condotto alla periferia del paese in località sa Banda, dietro la Chiesa di Santa Susanna, processato e bruciato. Aveva così inizio il tempo di Quaresima.