Il Novecento

Il XX secolo per la Sardegna è il momento di massima apertura al mondo esterno e di tumultuosa crescita economica. È il secolo dell'alfabetizzazione totale, della cultura diffusa, ma anche dell'emigrazione di massa e del rischio concreto di perdita della lingua e dell'identità.
Il secolo si apre con i morti di Buggerru e prosegue con la nascita nel 1921 del Partito Sardo d'Azione, fondato dai reduci della Grande Guerra. Mentre una pattuglia di scrittori, Grazia Deledda in primis, fa conoscere la Sardegna al mondo intero, il fascismo combatte a fondo l'identità sarda. Nel 1948 arriva lo Statuto d'Autonomia Speciale e per l'isola comincia un momento positivo, che si conclude però con una grande delusione: i fondi del Piano di Rinascita vanno all'industria petrolchimica che di lì a qualche anno è già in crisi. Una nuova spinta all'economia dell'isola arriva dal turismo, ma sull'altro piatto della bilancia c'è il fenomeno dell'emigrazione: un terzo della popolazione sarda si trasferisce in Italia o all'estero. I piccoli paesi dell'interno, maggiormente depositari dell'identità, si spopolano. La disoccupazione disegna per i giovani uno scenario drammatico. I genitori non insegnano più il sardo ai figli, ma in accordo con l'istruzione scolastica privilegiano l'uso dell'italiano, sperando così di assicurare loro un futuro migliore. Gli intellettuali sardi più accorti denunciano i rischi di questa perdita della lingua e dell'identità. Le contrapposizioni si inaspriscono, con atteggiamenti spesso estremistici sul piano sia politico sia culturale. Il secolo si chiude nel 1997 con la legge regionale su lingua e cultura sarda e nel 1999 con il riconoscimento al sardo, da parte dello Stato italiano, di lingua di minoranza storica.