Il tabarchino

Tipico caso di eteroglossia interna, - come scrive lo studioso Fiorenzo Toso - il tabarchino è una varietà di genovese trasferita dapprima (XVI sec.) sull'isola di Tabarca in Tunisia, e successivamente trapiantata in Sardegna nelle sedi attuali.
Contestualmente, il tabarchino fu impiantato anche sull'isola di Nueva Tabarca (Alicante, Spagna), dove però risulta estinto dall'inizio del XX secolo. In Sardegna è parlato nei comuni di Carloforte (L'Uîza) e Calasetta (Câdesedda), rispettivamente sulle isole di San Pietro (San Pê) e Sant'Antioco (Sant'Antiócu) nella Sardegna sud-occidentale. La popolazione complessiva dei due comuni è di circa 10.000 unità delle quali, secondo le stime locali, oltre l'80% parla abitualmente il tabarchino. Questa variante della lingua ligure trapiantata nell'isola grazie ai Savoia gode di una certa tutela all'interno della Regione Sardegna in base alla legge regionale n. 26 del 15 ottobre 1997. Non è stata riconosciuta invece, al pari del sardo e del catalano di Alghero, dalla legge statale 482 del 1999. Gli statuti comunali di Carloforte e Calasetta prevedono l'utilizzo pubblico del tabarchino, ad esempio nelle sedute dei Consigli Comunali. Sebbene in forma non ufficiale, a livello orale il tabarchino trova impiego corrente in tutte le situazioni pubbliche e nei rapporti tra i cittadini e le istituzioni. Sebbene a livello non ufficiale, l'utilizzo del tabarchino è abitualmente inserito nelle attività didattiche delle scuole materne, elementari e medie dei due comuni.