La poesia del secondo dopoguerra

Il processo di appropriazione della lingua italiana da parte dei sardi, scrittori e non, non è stato semplice. Per molto tempo, fino a Grazia Deledda, si è pensato che gli scrittori sardi non riuscissero a esprimere grandi opere in italiano perché la lingua del loro vissuto era rimasta quella sarda. In modo particolare anche la poesia sarda in italiano era rimasta legata a certi stereotipi provinciali da cui ha faticato ad uscire. Poteva succedere che la lingua italiana acquisisse caratteri di mancata appartenenza.

Emblematico il caso del sassarese Salvatore Ruju che, dopo le prime raccolte in italiano, torna poi all'idioma della sua città con "Agnireddu e Rosina" del 1956.
Nel secondo dopoguerra, di pari passo con l'affermarsi della lingua ufficiale dello Stato nella società sarda, si è assistito a un proliferare di opere liriche di medio e alto livello che hanno animato la scena letteraria regionale.

Nicola Tanda fornisce un elenco di questi poeti nel saggio "La nuova poesia bilingue", dal quale si evince quanto intensa sia stata l’attività poetica di questi ultimi decenni. Si parte da Pietro Mazza, Attilio Maccioni, Francesco Zedda, Grazia Dore, Elena Pannain Serra, Marcello Serra, Salvatore Fiori, Giovanni Corona, Nunzio Cossu e Franco Fulgheri. Anche Francesco Masala ha scritto numerose liriche in italiano, al pari di un poeta di Gavoi molto apprezzato, Raimondo Manelli, autore di "E il mondo muta" nel 1956. Da segnalare anche Salvatore Virdis, Giuseppe Guiso, Giovanni Floris e Sergio Manca di Mores con il suo "Il gallo blu".

Nella produzione poetica del secondo dopoguerra non esiste il monolinguismo. Quasi sempre gli autori sono bilingui e spesso scrivono sia in sardo sia in italiano. Col tempo subentra una sorta di specializzazione per il codice linguistico prescelto. Un posto di rilievo merita Giovanni Maria Cherchi che negli anni Sessanta pubblica diverse raccolte a forte caratterizzazione sociale. Dopo "Il peso del sole", edito nel 1985, passa al verso in idioma sassarese e successivamente al sardo logudorese con "A disora", "Aterue" e "S'ora 'e sa chigula", tutte pubblicate negli anni Novanta. Si segnalano inoltre la nuorese Lucia Pinna, il sassarese Mario Usai, Antonio Marras di Villanova Monteleone Giuseppe Murtas di Milis. Della generazione successiva, quella della rivista "Ichnusa", sono Salvatore Mannuzzu, Ignazio Delogu e Giovanni Campus, che si distinguono per i contenuti estetici della loro opera. Allo stesso modo Bruno Rombi, nei cui versi, come scrive Nicola Tanda, "si inseguono realtà e mito, denuncia e sogno, la parola aspra della vita e la parola incantatrice della poesia". Alla ricerca del significante poetico e a una rigorosa scelta estetico-formale sono legati i nomi di Angelo Mundula, Franco Cocco, Romano Ruju, Giovanni Dettori, Orlando Biddau, Gigi Dessì, Marcella Massidda, Biagio Arixi, Grazia Maria Poddighe, Francesco Sonis e Leandro Muoni che, apprezzato anche come critico letterario, pubblica nel 1985 la raccolta "Musicisti".