Poeti contemporanei

Nel Novecento sono stati, tra gli altri, Predu Mura, Benvenutu Lobina, Antonio Mura e Antonio Mura Ena a levare la poesia in sardo dal limbo del manierismo popolare in cui era confinata e ad aprirla alle correnti di rinnovamento europeo. Secondo Nicola Tanda essi hanno "riplasmato l'immaginario sardo con una scansione lirica tutta interna e hanno ricreato una lingua poetica scavata nelle profondità del soggetto risolvendola in valori fonosimbolici del tutto nuovi e insospettati".

Dopo di loro, le nuove generazioni hanno seguito questo esempio cercando di produrre una poesia legata allo stesso tempo alle radici, ma anche a un sentimento estetico e a contenuti di risonanza universale.

In particolare si possono ricordare le liriche di Antonio Cossu, Angelo Dettori, Foricu Sechi, Salvatore Farina, Monserrato Meridda, Girolamo Zazzu, Franceschino Satta, Pietro Sotgia, Salvatore Corriga, Francesco Dedola, Leonardo Sole. Un posto a parte merita Giovanni Fiori, ittirese, che con "Camineras" (1985) si distingue per una verità lirica più alta. Una ricerca linguistica sperimentale è espressa da Antonino Rubattu (autore anche di traduzioni dai classici e di un dizionario), Luca Mele, Giovanni Piga (continuatore della scuola "nuorese"), Gonario Carta Brocca (autore anche di un romanzo), Giuseppe Delogu, Faustino Onnis (vate e censore dell'area cagliaritana), Salvatorangelo Spanu, Efisio Collu.

È intimamente legata a quella di Benvenuto Lobina, la poesia di Anna Cristina Serra che, secondo Tanda, "si è affermata in questi anni come una voce che sa rendere l'atmosfera e quasi il respiro arcaico della casa con i suoi simboli della vita e i valori morali".
Si distingue anche Paola Alcioni, che in una lingua ricercata e sublime racconta i dolori, i tormenti e le speranze della vita di ognuno.