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L'archeologia industriale

Quartu Sant'Elena, fornaci Maxia
Quartu Sant'Elena, fornaci Maxia
Gli stabilimenti industriali dei primi del Novecento sono caratterizzati da un'architettura semplice, sottolineata da apparati scultorei che indicano le funzioni produttive, secondo il modello riscontrabile in edifici paleoindustriali come buona parte dei mattatoi in tutta l'isola, ornati da bucrani o da buoi accosciati. Emblematico è il complesso della Semoleria Italiana di Cagliari, dove l'aulico portale di ingresso sul viale della Plaja fa nascere dalle volute laterali le spighe di grano.

Nasce inoltre, con l'utilizzo del cemento armato, un dilemma: rappresentare le strutture industriali brutalmente ovvero "travestirle" con una veste aulica. Soprattutto distillerie o vetrerie che meglio riprendono la tipologia della torre, cilindrica o quadrangolare, ornata da merli o da elementi architettonici - modanature, cornici, archi ciechi – riescono a riprodurre edifici medioevali. Lo stabilimento Vinalcool di Pirri, poi divenuto vetreria, le fornaci Maxia di Quartu Sant'Elena, il forno della fonderia di San Gavino Monreale, sono i più importanti esempi di questo tipo, che hanno il prototipo nel "restauro" operato nel Castello Salvaterra di Iglesias nei primi del Novecento per adattarlo a vetreria.
Il discorso sulle architetture del lavoro non sarebbe completo se non si facesse un cenno al complesso delle Concerie di Bosa che si affacciano sulla riva sinistra del fiume Temo in modo estremamente suggestivo, fronteggiando la regolare cortina di abitazioni nella sponda opposta: un gruppo di costruzioni a schiera, che ripetono una semplice facciata a capanna, sottolineata dalle coperture a falda del tetto.
Allo stesso modo il ferro, sfruttando le nuove risorse tecnologiche del secondo Ottocento, viene utilizzato sia per le pensiline nelle stazioni ferroviarie, sia per i mercati civici o per servizi collettivi. È da ricordare il lavatoio di Villacidro, risalente al 1893, ma è opportuno citare anche il Mercato vecchio di Cagliari, opera dell'ingegnere Enrico Melis. Al di là della veste massiccia in pietra grigia di Serrenti, la struttura aveva una copertura in ferro, vetro e ghisa, demolita con il resto dell'edificio nel 1957.

Nel secondo dopoguerra la miniera di Montevecchio ebbe nuovo impulso tanto che nel 1953 venne realizzato il "Villaggio Rolandi", in forme sobrie e funzionali, e soprattutto la colonia marina di Funtanazza, inaugurata nel 1956, che può considerarsi l'ultimo intervento filantropico di una società mineraria, ponendosi a metà strada tra l'eredità degli intenti populistici del regime e il frutto di conquiste sindacali. L'edificio è un grande caseggiato situato in una zona allora completamente vergine e risponde a criteri di praticità e di comfort, curati anche negli arredi e nelle attrezzature degli interni.
A ciò si aggiunge un mutamento radicale nel territorio dell'isola, segnato non soltanto dalle tracce dei pozzi in età archeologica e storica, dagli insediamenti e soprattutto dagli aspetti complementari legati all'industria estrattiva. Si pensi al disboscamento per l'utilizzazione del legno, all'imbrigliamento delle acque usate anche come forza motrice, alle opere di canalizzazione, alle strade ferrate realizzate appositamente per i centri di miniera, alle costruzioni di impianti volumetricamente grandiosi e affascinanti.
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