Bosa, chiesa del Carmine, 1779 ca.

Architettura tardobarocca

L'intero corso del Settecento è caratterizzato dall'attività di architetti e ingegneri militari piemontesi, che imprimono un'accelerazione in senso barocco all'edilizia sacra e civile soprattutto dei centri urbani più rilevanti, con un marcato assorbimento dei modelli culturali di impronta italiana.
Antonio Felice De Vincenti nel 1722 cura i disegni per la nuova basilica di Bonaria a Cagliari, il cui modello ligneo palesa riferimenti all'opera di Guarino Guarini e di Filippo Juvarra. Dallo schema di questa facciata, mai realizzata, deriveranno quelli di altre chiese sarde, fra cui la parrocchiale di Nostra Signora delle Grazie a Sanluri, eretta fra il 1781 e il 1786 su progetto di Carlo Maino e Antonio Ignazio Carta. Nell'oristanese, mostrano simili modi tardobarocchi diversi portali campestri, il più noto dei quali è denominato "di Vitu Sotto" (post 1780).

Un gran numero di altri interventi microedilizi, fra cui fontane pubbliche, e opere di fortificazione vengono avviati nelle maggiori città e nei centri minori della Sardegna, che iniziano ad assumere un volto urbanistico sostanzialmente simile all'odierno per quanto si conserva di coerente nel tessuto delle aree storiche.

Il linguaggio tardobarocco, nuovo non tanto nel suo qualificarsi tale, quanto nel referente italiano e non più iberico, si esplica secondo modi compiuti e stilisticamente risolti nel complesso (chiesa e monastero) del Carmine di Oristano, progettato nel 1776 dal piemontese Giuseppe Viana. Allo stesso architetto si deve la fabbrica, a partire dal 1785 ma protratta a lungo nel tempo, della chiesa di Sant'Anna nel quartiere di Stampace a Cagliari.

Tendenze legate a tradizioni tecnico-costruttive di ascendenza iberica persistono tuttavia nei centri dell'interno, con risultati interessanti e originali, specie nella chiesa e convento del Carmine a Bosa (1779), nella chiesa della Madonna della Salute a Pozzomaggiore (1790) e nel santuario campestre di Nostra Signora di Bonu Ighinu a Mara (1797), caratterizzato dall'intervento decorativo di maestranze locali legate al repertorio tradizionale e ancora sulla scia dei "picapedrers".