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I BENI CULTURALI DELLA SARDEGNA
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Arte gotico-italiana

Alla circolazione tirrenica di artisti e dei loro manufatti deve riferirsi l'esportazione in Sardegna di sculture e dipinti prodotti in Italia centrale, in particolare delle statue lignee policrome che compongono il gruppo della "Deposizione dalla croce", ascrivibile ai primi decenni del XIII secolo, già nella chiesa di San Pietro del Crocefisso e oggi nella parrocchiale di San Sebastiano a Bulzi.

Di questo flusso di opere d'arte soprattutto dalla Toscana, attivo per tutto il corso del XIII secolo, l'area arborense sembra aver conservato i documenti più folti e significativi. Al pari dei più antichi fra i codici musicali oggi nel tesoro della cattedrale oristanese, miniati attorno al 1275 forse nello "scriptorium" del duomo di Arezzo, anche il dossale della "Madonna e Santi", già nella cattedrale di Santa Giusta e oggi nell'arcivescovado di Oristano, attribuito al pisano Maestro di San Torpè e dipinto a tempera su tavola attorno al 1300, potrebbe essere giunto in Sardegna per il tramite della committenza francescana, indirizzata al versante italico e aperta alle innovazioni gotiche.

Nel 1297 papa Bonifacio VIII crea il "Regnum Sardiniae et Corsicae" e, incurante dell'oggettiva situazione della Sardegna divisa tra il giudicato arborense (a quella data l'unico superstite dei regni medioevali sardi) e i signori pisano-genovesi, lo infeuda a Giacomo II re d'Aragona. Nel 1323 l'infante Alfonso sbarca nell'isola e dirige alla volta di Cagliari pisana per stringerla d'assedio; nel 1326 il Castello cagliaritano si consegna definitivamente agli Aragonesi.
Tuttavia solo a Cagliari questo evento chiude il ciclo della civiltà artistica segnata da presenze italiche; nel resto dell'isola, soltanto con gradualità alle rotte commerciali e culturali che facevano capo a Pisa e Genova si sostituiscono quelle mediterranee fra Napoli, la Sardegna e Barcellona, e ai prodotti artistici del Gotico italiano quelli del Gotico catalano.

Per l'intero corso del XIV secolo il giudicato d'Arborea continua infatti a importare sculture gotiche di bottega toscana, come attestano la statua marmorea del "Santo vescovo", firmata da Nino Pisano e ascrivibile al 1360 circa, nella sagrestia del San Francesco, o quella lignea dell'"Annunciata" nella cattedrale di Oristano, che studi recenti hanno sottratto all'ambito propriamente pisano della bottega di Andrea e Nino, per restituirla alla produzione di una bottega toscana attiva fra Pisa, Siena e Lucca tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo..
Stessa collocazione cronologica e d'ambito formale conviene all'"Arcangelo Gabriele", oggi nella parrocchiale di Sagama: la datazione tarda delle due opere costituisce la riprova dell'orientamento italico della cultura artistica arborense sino alle soglie del XV secolo, dovuto alla politica anticatalana di Mariano IV de Bas-Serra, giudice d'Arborea.
Dal 1347 sino all'anno della sua morte, avvenuta nel 1376, Mariano IV è la forte personalità che guida non solo l'elaborazione del "Codice rurale" e, con ogni probabilità, la prima e vera fase formativa del corpus giuridico della "Carta de logu", ma anche ogni altro "messaggio esposto" nell'ambito del giudicato arborense, e ogni iniziativa culturale che vi si connette, fin dalla sua prima apparizione in veste di donnicello nell'immagine dipinta della "Pala di Ottana", eseguita a tempera su tavola tra il 1339 e il 1344 per la cattedrale ottanese di San Nicola.
È a lui che si devono, nel settembre 1353, la rottura delle relazioni di alleanza con Pietro IV il Cerimonioso e l'inizio della guerra aperta con l'Aragona, conclusasi (dopo la sua morte) con la disfatta arborense sul campo di Sanluri nel 1409 e quindi, nel 1410, con l'intero territorio isolano in mano aragonese, a eccezione del marchesato di Oristano assorbito nel 1478 e poi entrato agli inizi del XVI secolo, assieme all'intera isola, a far parte dei domini della Corona di Spagna.
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