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Le sculture romaniche

È nota l'assenza pressoché totale, nel panorama artistico della Sardegna giudicale, di opere di scultura autonomamente configurate, cioè capaci di instaurare con lo spazio un rapporto che le svincoli dalla stretta dipendenza dalla struttura architettonica.
Si deve ragionevolmente supporre che esistesse una scultura di apparato della committenza laica - della quale nulla però è rimasto di sicuramente riferibile ai secoli compresi fra l'XI e il XIII - e che, almeno negli edifici più importanti, l'arredo liturgico delle chiese comprendesse oggetti scultorei (mobili o immobili per destinazione) d'una categoria tale da assegnare all'aula di culto la funzione di contenitore degli stessi, cioè pulpiti, acquasantiere, recinti presbiteriali e quant'altro, dei quali scarse o nulle sono le tracce materialmente giunte fino a noi.

L'unico manufatto del genere, che raggiunga un livello qualitativo tale da inserirsi negli sviluppi principali della scultura romanica europea, è il "Pergamo di Guglielmo", dal 1312 nella cattedrale di Cagliari ma realizzato fra il 1159 e il 1162 per quella di Pisa; ragion per cui è nelle linee evolutive della plastica toscana che va contestualmente inserito, non di quella sarda.

Come la totalità dei materiali marmorei di arredo liturgico, prodotti o importati nell'isola fra il V e il X secolo in ambito culturale tardoantico o bizantino, gli elementi romanici di analoga destinazione funzionale, in marmo, bronzo o legno, sono giunti a noi per la massima parte allo stato di frammenti.

Alla mano di scultori ben radicati per molti versi nella tradizione altomedioevale, ma già contraddistinti da una mentalità romanica, vanno riferiti due plutei dei primi decenni del XII secolo, pertinenti alla recinzione presbiteriale della cattedrale di Santa Maria ad Oristano ("Leoni che adunghiano vitelli" e "Daniele nella fossa dei leoni"). Al recinto presbiteriale della cattedrale di San Pietro di Sorres appartenevano due plutei (uno solo è integro) con ruote intarsiate, ascritti a scultore pisano-pistoiese della fine del XII-inizi del XIII secolo.

Nella categoria degli oggetti metallici spesso citati nelle fonti sarde medioevali, soltanto due risultano superstiti, entrambi in bronzo: il primo è l'acquamanile a forma di pavone, proveniente dal territorio di Mores e oggi nella Pinacoteca Nazionale di Cagliari, da riferire alla produzione ispano-moresca dell'XI secolo; l'altro è la coppia di picchiotti della cattedrale di Oristano, con protome leonina ed epigrafe che riporta la data del 1228 e i nomi dell'artefice - Placentinus - e dei committenti: il giudice arborense Mariano II de Lacon-Gunale e l'arcivescovo Torgotorio de Muru.

Tra i manufatti in legno policromo si segnala il gruppo di cinque statue (Cristo, Madonna, Giuseppe d'Arimatea, Giovanni evangelista e angelo) che compongono la "Deposizione dalla croce" già nella chiesa di San Pietro del Crocifisso e oggi nella parrocchiale di San Sebastiano a Bulzi, riferibile alla produzione di botteghe tosco-laziali operanti nei primi decenni del XIII secolo.
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