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I BENI CULTURALI DELLA SARDEGNA
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Opere d'arte della civiltà giudicale

La volontà politica di affrancamento da Bisanzio giunge nel IX secolo a determinare le condizioni per la nascita in Sardegna degli istituti giudicali. Tale fenomeno non poteva che determinare, è evidente, importanti conseguenze anche sul piano culturale e quindi artistico.

In particolare appare manifesto il fatto che il sopraggiungere del Romanico in Sardegna innesca importanti dinamiche di mutamento nello stile, certamente condizionate dalla volontà di riaccostare la Sardegna all'ambito culturale ed ecclesiastico che attribuisce il ruolo di proprio centro propulsore a Roma. Ciò determinò un'azione sul territorio finalizzata a cancellare i segni architettonici della cultura "greca" attraverso un adeguamento degli spazi liturgici alle nuove esigenze.

Un esempio eloquente di come tale tentativo di rimozione della "memoria culturale" greca nell'isola venisse concretamente declinato in pratica ci viene offerto dalla presumibile distruzione dell'imponente arredo marmoreo mediobizantino, presente nella cattedrale-martyrium di Sulci, operata dai Vittorini di Marsiglia al momento della loro acquisizione della cattedrale.

Sarebbe però errato ritenere che gli effetti di tale volontà di "rimozione" giungessero ad esiti di efficacia assoluta. La memoria della preesistente cultura permane a lungo in situazioni simili a quella attestata dall'architrave della cattedrale di Santa Maria a Tratalias (1213-82), che ripropone l'anacronistico schema araldico a leoni affrontati, qui ritagliati nell'arenaria a sagome piatte, ma ugualmente esemplati sui plutei marmorei sulcitani. Altri e successivi esempi di questa articolata dinamica intercorrente tra mutamenti e di persistenze sono leggibili in chiese vittorine del Meridione sardo, come il peduccio del sottarco che precede l'abside sinistra in Santa Maria di Sibiola presso Serdiana (1120-30) e la lastra marmorea con decorazione "di maniera greca" murata nel prospetto principale del San Platano di Villaspeciosa (1141 circa). Questa è riutilizzata con spiccato gusto di recupero antiquario, ma lavorata da mano romanica, com'è toscana la fisionomia stilistica del motivo zoomorfo scolpito nella centina della monofora sinistra nella stessa facciata.

Questa dinamica oscillante tra introduzione del nuovo e conservazione dell'antico è percepibile anche nel rapporto intercorrente tra la conformazione progettuale degli edifici, fortemente condizionata dagli apporti romanici "d'importazione", e gli apparati di decorazione scultorea e architettonica, più dichiaratamente improntati ad un carattere di continuità col passato.

Appare dunque lecito affermare che anche in Sardegna il Romanico assorbe e riplasma l'eredità figurativa dell'Altomedioevo locale, di marca bizantina, all'interno d'una manualità non sempre colta, ma certo più libera ed espressiva.
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