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Mauro Manca

Nella dialettica fra tradizione e innovazione, vissuta con grande intensità dalla cultura sarda del secondo dopoguerra, la personalità che gioca un ruolo chiave nel campo della pittura è quella di Mauro Manca (Cagliari 1913-Sassari 1969).
Formatosi nel clima del tonalismo romano degli anni Trenta, Manca trascorre nella capitale la maggior parte della sua vita, ma ritorna periodicamente nell'isola e mantiene stretti contatti con il suo ambiente artistico, svolgendovi il ruolo dell'araldo delle tendenze d'avanguardia, determinato a svecchiare un contesto ostinatamente ancorato alla tradizione figurativa.

Il suo percorso, estremamente variegato, parte dalla scuola romana di Scipione e Mafai e accoglie in seguito suggestioni dechirichiane, spunti surrealisti, geometrie neocubiste; passa quindi alla rivisitazione in chiave "nuragica" del mediterraneismo picassiano, per arrivare all'informale materico che ne costituirà l'approdo definitivo.
Colto, eclettico, brillante, Manca non condivide il credo modernista della forma come valore autonomo, ma concepisce l'arte come veicolo di un'eredità ancestrale sedimentata nelle profondità della psiche. Questo, insieme all'atteggiamento nomade che lo porta ad attraversare tutti gli stili, fa di lui una sorta di postmoderno "ante litteram".

Dotato di una forte comunicativa e di un notevole fascino personale, diventa un punto di riferimento per i colleghi sardi. Tornato a Sassari nel 1959 per dirigervi l'Istituto d'Arte, fa della scuola un laboratorio per le nuove tendenze e vi chiama ad insegnare una serie di artisti giovani e vivaci, che insieme a lui costituiranno il "Gruppo A". Inaugura così una fervida stagione di ricerche che verrà interrotta dalla sua morte nel 1969.

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Mauro Manca
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