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I BENI CULTURALI DELLA SARDEGNA
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Il rinnovamento dei linguaggi artistici nel secondo dopoguerra

A segnare l'ingresso "ufficiale" in Sardegna dell'arte contemporanea è, nel 1957, la premiazione alla I Biennale di Nuoro, tra accese polemiche, di un dipinto astratto di Mauro Manca.
Dietro l'impulso di Manca, dinamico direttore dell'Istituto d'Arte di Sassari (1959-69), e dei giovani cagliaritani del Gruppo Transazionale (1966), la Sardegna si apre ai linguaggi dell'informale e quindi dell'arte programmata.
Negli stessi anni lo scultore Eugenio Tavolara avvia attraverso l'ISOLA (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano), di cui è direttore, una singolare esperienza di "handicraft design", reinventando l'artigianato sardo alla luce di un incontro fra tradizione e gusto contemporaneo che ne fa per qualche tempo un esempio-guida in campo internazionale.
La crisi del Modernismo non è determinata nell'isola delle esperienze concettuali, dalla performance o dall'arte ambientale (praticamente assenti) ma dalle ricerche neoconcettuali dell'ultimo quindicennio, che contrappongono al modello di un'arte concentrata esclusivamente sulla forma quello di un'arte comunicativa e rivolta all'esterno.
Mentre anche in Sardegna inizia a prendere forma il sistema dell'arte, con la nascita di strutture museali per il contemporaneo, di un'Accademia di Belle Arti e di una diffusa attività critica, la nuova generazione artistica non avverte più la ricerca dell'identità come un drammatico imperativo ma come una preziosa differenza, fra le tante che convivono nel mosaico del mondo globalizzato.
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