Bonarcado, chiesa di Santa Maria

I Condaghi

Il termine di origine bizantina "condaghe" definisce l'atto con cui si costituiva una donazione a favore di un ente ecclesiastico. In pratica è passato a designare il codice in cui fu trascritto il complesso di documenti pergamenacei relativi all'acquisizione e all'amministrazione di beni da parte di un monastero. Di tali documenti, elaborati negli "scriptoria" diocesani o monastici, sono giunti fino a noi quelli di San Pietro di Silki, San Nicola di Trullas, Santa Maria di Bonarcado e San Michele di Salvenor.

Il "Condaghe di Santa Maria di Bonarcado", conservato nella Biblioteca Universitaria di Cagliari con l'identificativo 277, è composto da una serie di fascicoli manoscritti compilati tra gli inizi del XII e la metà del XIII secolo, e riporta i movimenti patrimoniali del monastero omonimo.
Il toponimo Bonarcado, nelle sue varianti "Bonarcatu, Bonarcato, Bonarcanto" tramandate dal condaghe, deriva dal greco Panàkhrantos "immacolata, purissima", l'attributo della Vergine Maria venerata in un santuario del luogo che fu sede monastica greca passata in seguito ai Camaldolesi.

L'insediamento dei Benedettini in questa località risale all'incirca al 1110, data riportata sulla più antica carta del condaghe, dalla quale risulta che il giudice arborense Costantino I de Lacon-Serra, con la moglie Anna de Zori e con il consenso dell'arcivescovo di Oristano, istituì un monastero in onore della Trinità e della Vergine, affidandolo all'abate camaldolese di San Zeno di Pisa, a condizione che vi inviasse propri monaci, perché reggessero il monastero, lavorassero, edificassero e si dedicassero alla cura dei campi. Alla fondazione venivano legate nove chiese e beni di varia natura.

La consacrazione della chiesa camaldolese risale all'anno 1146/47, datazione probabile per due pergamene del condaghe, dalle quali risulta che il giudice arborense Barisone I de Lacon-Serra incrementò i possessi del monastero con la donazione di altri beni, in occasione della solenne cerimonia di consacrazione della "clesia nuova" di Santa Maria, avvenuta alla presenza dell'arcivescovo arborense Comita de Lacon. Oltre alla popolazione e ai rappresentanti delle curatorie arborensi, intervennero alla cerimonia l'arcivescovo di Pisa Villano (in qualità di legato pontificio) e gli altri tre giudici di Sardegna: Costantino-Salusio III di Cagliari, Gonnario di Torres, Costantino III di Gallura.
La dedica a Santa Maria e l'appellativo di "chiesa nuova" derivano all'abbazia dalla preesistenza di un più antico edificio di culto, tuttora presente e noto come "santuario" di Nostra Signora di Bonacattu, la cui ridottissima capienza giustifica l'esigenza di un nuovo e maggiormente rappresentativo edificio.
Nonostante la diretta dipendenza del monastero da Pisa, la fabbrica romanica della chiesa di Santa Maria di Bonarcado rivela modi toscani non vincolati alle forme pisane, ma rielaborati nella fase d'impianto con estrema precisione di taglio e messa in opera dei conci.