I primi esempi della letteratura sarda

Il medioevo, il Quattrocento, il Cinquecento, il Seicento e gli scritti di religione. Sono i periodi in cui, a lato degli apporti linguistici esterni, nasce e si sviluppa una produzione in lingua sarda.

Il Medioevo
Non è esistita, o non è sopravvissuta, una produzione letteraria colta in volgare sardo risalente al Medioevo. L'unico esempio può essere considerato il "Libellus Iudicum Turritanorum", una cronaca delle gesta dei re-giudici di Torres.
Per il resto la letteratura sarda che doveva circolare in quegli anni in Sardegna doveva essere in latino, o toscano, o catalano. La Sardegna conobbe nel Medioevo una sua storia particolare, ricca di caratteri originali. Dopo la dominazione vandalica e la riconquista di Giustiniano, a seguito della quale ritornò all'impero romano con capitale Costantinopoli, nei secoli dell'Altomedioevo non venne conquistata dagli Arabi ma, in conseguenza dell'islamizzazione della Sicilia, rimase sostanzialmente abbandonata a se stessa. Sul piano politico nacquero, tra X e XI secolo, quattro stati, veri e propri regni, anche denominati giudicati: Cagliari, Arborea, Torres o Logudoro e Gallura. La lingua sarda affiancò il latino nella redazione degli atti giuridico-amministrativi. Dopo il sopravvento delle repubbliche marinare di Pisa e Genova, l'invasione aragonese pose fine alle aspirazioni autonomistiche. Lo sviluppo "alto" di una lingua letteraria sarda fu negato e le classi dirigenti locali adottarono il catalano e il castigliano quali lingue letterarie.

Il Quattrocento
Il Quattrocento si apre in Sardegna con un fatto d'armi, che segna la fine delle aspirazioni autonomistiche del regno d'Arborea, schiacciato dalla superiorità bellica della Corona d'Aragona.
Dopo oltre cento anni di guerra autonomistica, infatti, la perdità della libertà e della sovranità viene sancita dalla battaglia di Sanluri del 30 giugno 1409. L'esercito catalano guidato da Martino il Giovane (erede al trono di Barcellona) sconfigge quello arborense, guidato dal legittimo erede delle insegne giudicali Guglielmo di Narbona, figlio di Beatrice sorella di Eleonora. Con la sconfitta del regno che aveva quasi completamente unificato il territorio sardo sotto la bandiera indipendentistica dell'albero diradicato, l'intera isola diventa un feudo aragonese. Il governo catalano diventa ancora più stabile dopo il soffocamento della ribellione di Leonardo de Alagon nel 1478 che mobilita un buon numero di sardi al grido di "Arborea, Arborea". Per la Sardegna comincia il lungo periodo della dominazione iberica che terminerà solo all'inizio del XVIII secolo. Dal punto di vista culturale, la classe dirigente si spagnolizza quasi completamente. La lingua sarda viene emarginata dall'ufficialità, ma sopravvive nel popolo. Gli intellettuali sardi sono plurilingui utilizzando di volta in volta il sardo, il castigliano o il catalano.

Il Cinquecento
Nonostante le difficoltà dovute allo stretto regime feudale imposto dagli Spagnoli, alle pestilenze, alle scorrerie barbaresche, alle difficoltà di comunicazione, la Sardegna del Cinquecento continua a essere una terra che si confronta e si apre alle altre.
Esistono tracce di una vita culturale ricca e multiforme. Lo testimonia la presenza di numerosi uomini di cultura che coltivano le lettere, le arti, l'interesse per la storia e la geografia. I loro nomi sono quelli di Sigismondo Arquer, Giovanni Francesco Fara, Giovanni Arca, Proto Arca Sardo, Gian Tommaso Porcell, Francesco Bellit, Antioco Brondo, Antonio Lo Frasso, Pietro Delitala, Gerolamo Araolla. Questi uomini di cultura hanno in comune molte cose, tra cui l'interesse e l'uso di diverse lingue per scrivere le loro opere. Il carattere plurilingue della cultura sarda si mantiene anche in questi anni difficili. Lo scrittore della Sardegna usa prevalentemente il latino, il castigliano, il catalano o il sardo (raramente l'italiano), a seconda del pubblico a cui si deve rivolgere o dell'intento "politico" che intende perseguire. Non è solo il sardo la lingua degli "identitari": Proto Arca scrive infatti in latino un'opera dai tratti marcatamente nazionalisti a difesa di Leonardo de Alagon e dei sogni di libertà che scatenarono la sua ribellione. Nella Sardegna del Cinquecento spicca comunque la figura di un intellettuale destinato a segnare una pietra miliare nella questione della lingua sarda: Gerolamo Araolla.

Il Seicento
Il secolo XVII si apre in Sardegna con il Parlamento composto da tre Stamenti, o Bracci, che decidono di prendere provvedimenti in favore delle campagne, del riordino delle vie di comunicazioni e dell'approntamento di un sistema difensivo costiero basato sulle torri. Si istituiscono finalmente le Università a Cagliari nel 1626 e a Sassari nel 1632. La situazione dell'isola si fa sempre più difficile fino a precipitare negli ultimi decenni del secolo in una crisi politica senza precedenti. L'eminente marchese di Laconi don Agostino Castelvì, capo del partito autonomista e anti-fiscalista, viene assassinato misteriosamente nelle vie di Cagliari. Aveva osato contrastare la politica del viceré marchese di Camarassa che viene ritrovato, ucciso anch'egli, poco tempo dopo la scomparsa del Castelvì. Il Regno soffriva finanziariamente. Sulle coste imperversavano i pirati mori e la povertà regnava. La cultura comunque non muore, neppure quella che si esprime con l'uso della lingua sarda. Nel plurilinguismo generale tramonta l'uso del catalano a favore del casigliano che diventa veicolo importante dell'importazione di stili, modelli e abitudini della cultura spagnola nell'isola. Diminuiscono i tentativi di valorizzare il sardo, sebbene il suo utilizzo continui a essere prevalente negli scritti di carattere religioso destinati alle classi popolari. Tra le figure più importanti di questo settore culturale spiccano quelle di Gian Matteo Garipa e fra Antonio Maria da Esterzili.

Scritti di religione
La letteratura in lingua sarda è stata per secoli soprattutto una letteratura religiosa, a partire dal medioevo fino ai giorni nostri, con episodi che si collocano su livelli molto differenti quanto a diffusione e qualità.
Le prime tracce sono quelle di Antonio Canu che nel Quattrocento scrive "Sa vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu", un poemetto ispirato alla vita dei santi martiri turritani. Nel secolo successivo, Gerolamo Araolla riscrive un poema sulla stessa tematica, con una maggiore attenzione alla qualità e all'elevamento della lingua veicolare. Nei secoli successivi, il genere letterario praticato dal clero sarà quello de "Sas preigas", cioè il testo scritto dei sermoni recitati al popolo. Si tratta di un tesoro non ancora indagato a fondo dalla moderna ricerca scientifica. È una tipologia di prosa scritta "in limba" che dura fino ai primi del Novecento e che ha rappresentato per molti secoli un esempio di prosa illustre della lingua minoritaria. Per molti secoli l'intellettuale sardo che poteva dedicarsi agli studi era quasi sempre un religioso. La rima edificante era dunque un genere molto frequentato. In ogni caso, la tradizione e la devozione popolare ha prodotto nei secoli una vasta raccolta di "testi" di argomento religioso, dalle laudi o "gosos" in lingua sarda che venivano dedicate ai santi, ai catechismi, alle preghiere, agli statuti di confraternite, alle traduzioni della Bibbia o del Vangelo.