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Fonetica storica

Fra i tratti che disegnano la peculiarità del sardo nel panorama della fonetica storica delle lingue romanze, i più importanti sono quelli che riguardano il vocalismo, il consonantismo e il trattamento di labiovelari e occlusive.
Si sa che il latino classico aveva un suo sistema fonetico particolare che, venendo meno il centralismo linguistico garantito dall'impero, si è modificato dando vita ad altre lingue. La lingua di Cicerone e Virgilio possedeva cinque vocali di timbro differente, ognuna delle quali poteva essere realizzata come breve oppure come lunga. La differenza quantitativa fra vocali dello stesso timbro aveva valore fonologico, così come in italiano avviene che parole di significato differente, per il resto uguali, si distinguano soltanto in base alla diversa quantità di una consonante. Col passare del tempo, tuttavia, questo meccanismo che permetteva di utilizzare la quantità delle vocali per attuare distinzioni di significato si perse, probabilmente anche per il fatto che il latino, nella sua diffusione sempre crescente, fu parlato da popolazioni che impiegavano in origine lingue differenti e non furono in grado di acquisire perfettamente l'idioma dei Romani. In sostituzione delle vecchie opposizioni fondate sulla quantità vocalica, si affermò in generale un nuovo sistema che prevedeva che le vocali originariamente brevi fossero pronunciate più aperte delle vocali lunghe corrispondenti, pronunciate pertanto più chiuse (ad es. ĕ breve venne pronunciata come e aperta, ē come e chiusa)
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