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La letteratura storico-civile

Antonio Benini, Nozze di Eleonora d'Arborea e Brancaleone Doria, 1875
Antonio Benini, Nozze di Eleonora d'Arborea e Brancaleone Doria, 1875
L'interesse degli scrittori e intellettuali per l'isola si esplicò anche in relazione alla ricostruzione delle vicende di una ''patria'', la Sardegna, che - pur partecipe del processo di costruzione della nazione italiana - manteneva la sua identità e le sue specificità.
Il desiderio di indagare e valorizzare il patrimonio storico dell'isola divenne, in particolare dagli inizi del XIX secolo, prevalente nelle aspirazioni di molti studiosi. Fra i pionieri in tal senso va ricordato Domenico Alberto Azuni che con la sua ''Histoire geographique, politique et naturelle du Royaume de Sardaigne'' (1799) gettò le basi della ricerca storiografica.

Dopo il prezioso lavoro del bibliofilo Lodovico Baille (1764-1802), venne l'opera fondamentale di Giuseppe Manno (1786-1868). Funzionario fedele alla monarchia sabauda, storico attento e penna non disprezzabile, Manno mescolò questi tre elementi nei suoi lavori condizionando fortemente la produzione delle generazioni successive. Fu molto apprezzato dall'intellettualità italiana tanto che la sua ''Storia di Sardegna'' fu premiata dall'Accademia della Crusca e lodata da Capponi e Croce. La sua fedeltà ai Savoia lo portò però a giudizi troppo sprezzanti sui fatti del Triennio rivoluzionario sardo della fine del Settecento.

Notevoli furono le ricerche storiografiche condotte in seguito da Pasquale Tola (1800-1874), Pietro Martini (1800-1866), Vittorio Angius (1798-1862) e Giovanni Siotto Pintor (1805-1882). Quest'ultimo definì, in una sua famosa opera, ''follia collettiva'' la rinuncia alla formale autonomia dell'isola e la ''perfetta fusione'' con il Piemonte del 1848.
Secondo Giovanni Pirodda, la seconda metà del Settecento fu per la Sardegna un periodo di accelerazione storica. I fatti rivoluzionari dell'ultimo decennio ne furono la naturale e per certi versi inevitabile conseguenza. La bufera coinvolse molti degli intellettuali che si erano impegnati in quegli anni di aspirazioni alla rinascita o ''rifiorimento'' dell'isola, secondo un'espressione ispirata all'opera del gesuita Francesco Gemelli, ''Rifiorimento della Sardegna''. Lo slancio riformista si trasformò in fragore rivoluzionario per poi placarsi in un disilluso riflusso. Del resto, la classe dirigente sarda uscì decapitata dalla repressione ordinata dalla corte piemontese che, per qualche tempo, si vide anche costretta a trasferirsi da Torino a Cagliari.

Frutto di quei tempi agitati sono molte opere in lingua sarda (''Procurare 'e moderare'' di Francesco Ignazio Mannu fra tutte) ma anche l'''Autobiografia'' di Vincenzo Sulis (1758-1843), scritta in un italiano di frontiera che non cessa di suscitare un grande interesse. Dopo la repressione e la ''perfetta fusione'', la classe dirigente sarda sembra rinunciare alle rivendicazioni nazionalistiche angioiane, e si rifugia nelle suggestioni del federalismo giobertiano, di Mazzini e di Cattaneo. Personalità di rilievo saranno Giorgio Asproni (1808-1876) e Giovanni Battista Tuveri (1815-1887). Il primo, soprannominato il ''canonico ribelle'', contestò l'unificazione italiana, mentre il secondo propugnò una visione democratica, autonomista e federalista nel suo ''Del diritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi'', pubblicato nel 1851.

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