Il Castello Castro

L'abate Vittorio Angius nel 1841 descrive all'ingresso di Sant'Antioco, a poca distanza dal ponte romano, i ruderi di una fortezza oggi non più esistenti: il Castello Castro, distrutto alla fine del secolo per ricavarne materiali da costruzione.

Nel 1860 il generale Alberto Della Marmora osserva come nella posizione la fortezza non presentasse nessun carattere dei castelli del Medioevo, "i quali torreggiano sulle alture isolate ed acute, mentre questo è in un piano perfetto all'imboccatura del mare".
I due studiosi discordano però nell'interpretazione della struttura: per l'Angius si tratterebbe d'un castello giudicale, per il Della Marmora di un castello arabo. Solo nel 1907 Dionigi Scano, rilevando la diversità del castello sulcitano dagli altri di età giudicale, ne afferma l'origine bizantina, sulla base dei pochi resti, poi scomparsi nel riempimento del tratto litoraneo all'ingresso dell'attuale abitato di Sant'Antioco.

È molto probabile che il castello sulcitano fosse stato costruito all'epoca di Giustiniano, sulla base dei modelli standard che si applicano, con poche varianti, nell'edificazione delle fortezze nordafricane del VI secolo, e sulla base delle caratteristiche costruttive, quali sono unanimemente descritte dai tre autori ottocenteschi.
L'Angius è il più preciso in proposito: "la costruzione è in grandi pietre rozzamente quadrate, e le più d'un enorme volume. L'architrave della porta è lungo un po' più di quattro metri. Vedendosi questo fabbricato dopo osservati gli avanzi delle mura della città, si riconosce con certezza donde fu tolto il suo materiale. Le pietre non sono sempre a ordini regolari, e tra quelle che son piane vedonsene qua e là delle bugnate, che furon prese dallo zoccolo di altre costruzioni antiche. Della Marmora specifica che si trattava di pietre "porfiro trachitiche della località, che sono ben tagliate, ma si riconosce che non furono tagliate per questo edifizio, bensì tolte da altri antichi, e qua confusamente impiegate".

Importa rilevare l'impiego di materiali di spoglio, la presenza di conci bugnati e il tipo di reimpiego, che sembrerebbe rientrare nella categoria di quello "economico", dettato cioè dalla sensibile riduzione dei costi di fabbrica, che si otteneva costruendo con pietre già lavorate, prelevate da antichi edifici, nel caso probabilmente le mura puniche e romane di Sulci.
Anche le fortezze giustinianee dell'Africa settentrionale sono costruite in grandissima parte con materiali di spoglio, non solo nel caso si recuperi, adattandola al nuovo uso, una struttura preesistente, ma anche e soprattutto nei castelli a difesa dei centri costieri.

Procopio ci dà un quadro imponente del programma di fortificazioni giustinianee, col semplice elenco di queste fortezze, numerose delle quali sopravvissute in condizioni di buona leggibilità. Mentre lungo il "limes" orientale la cinta fortificata in genere delimitava il perimetro dell'abitato, come a Zenobia e a Resafa, nell'Africa mediterranea il "castrum" si isola dalla città e instaura con essa un rapporto particolare, collocandosi in prossimità e a difesa della via d'accesso, come a Timgad, e assumendo una configurazione assai più regolare e progettata, analoga a quella che si osserva nel disegno della pianta e d'uno scorcio delle rovine del Castello Castro, pubblicati dal Della Marmora che lo visitò nel 1821, facendolo accuratamente rilevare.
A questa immagine, per il momento unica memoria iconografica del distrutto castello sulcitano, possiamo forse aggiungerne un'altra, che compare in una stampa del XVII secolo, riprodotta nel lavoro di Filippo Pili sul martire sulcitano. Dietro l'imponente figura di Sant'Antioco, si vedono sulla destra il santuario, a sinistra la strada d'accesso all'abitato, il ponte romano ancora esistente, e il castello, con torri ancora provviste di merli.