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I BENI CULTURALI DELLA SARDEGNA
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Le cave di Capo Testa

Il territorio di Santa Teresa Gallura conserva testimonianza dell'attività che costituiva il fulcro dell'economia dell'età romana nella zona: l'estrazione del granito. Importante risorsa economica dell'isola, l'esercizio delle cave ha segnato irrimediabilmente le scogliere nelle emergenze più maestose. La prossimità del mare rendeva facile, così, l'imbarco delle colonne che se ne ricavavano per il trasporto verso il porto di Ostia. Di qui, la compattezza e l'eleganza cromatica del granito di Gallura andava ad arricchire prestigiosi edifici pubblici e sontuose ville patrizie della città imperiale.

La penisola di Capo Testa, quella di Municca, alcune emergenze di Punta Falcone e gli isolotti della Marmorata conservano le tracce dell'esercizio massiccio di questa attività, che ha dato origine anche ad insediamenti stratificati per diversi secoli. Infatti, gli scavi effettuati a Capo Testa hanno documentato due fasi della frequentazione romana. La prima risale alla fine dell'età repubblicana e della prima età imperiale, tra il I secolo a.C. ed il I d.C.

Lungo il litorale sono ben visibili i segni dell'attività estrattiva e della lavorazione delle colonne che prendevano forma sotto le mani esperte degli scalpellini: i siti mostrano, in ottima evidenza, i sistemi di taglio e di lavorazione del granito che hanno trasformato in pareti perfettamente rettilinee i profili originali delle formazioni granitiche. Il sistema di coltivazione usato era quello "a gradoni"; la roccia, cioè, veniva tagliata gradualmente dall'alto verso il basso, fino a spianare completamente la parte emergente. L'estrazione avveniva per tagli ortogonali, praticati lungo i piani naturali di frattura propri del granito che, opportunamente sollecitati, consentono stacchi netti delle porzioni di roccia. Ben visibili sono i tipici fori di inserzione dei cunei che hanno lasciato le loro impronte lungo i bordi e sui piani naturali di stacco.
Lo stacco di ampie porzioni dai banchi naturali e la successiva divisione dei blocchi avveniva infatti con l'inserimento di cunei in piccole cavità praticate, con punteruolo e mazzetta, lungo le linee di frattura. Con gli stessi strumenti, nella distanza fra un cuneo e l'altro, veniva quindi praticata una serie di fori più piccoli in linea per definire il punto di rottura. Infine, un colpo violento di mazza sul cuneo mediano provocava lo stacco del blocco.

Monoliti giganteschi staccati dalla roccia madre, colonne semilavorate, capitelli ed elementi architettonici vari sono visibili in tutte le cave. Numerosi sono anche i fusti di colonne non finite, altri tralasciati fra i blocchi di scarto perché mal riusciti; in altri ancora si nota la lavorazione conclusa, ma i manufatti sono stati abbandonati perché spezzati nel corso delle operazioni di trasporto verso i punti d'imbarco sulle navi onerarie per essere avviati verso Roma.
La notizia dell’utilizzo della cava anche in età medioevale è confermata da Vittorio Angius; questi, attingendo da fonti storiche, riferisce che nel 1162 un certo Cioneto, operaio pisano, per volontà del giudice Costantino de Lacon, estrasse a Capo Testa, da una cava attiva già in età romana, le colonne per la costruzione del Duomo e del Battistero di Pisa.
Appartiene invece alle porte dei nostri giorni il tentativo di avvio dell'estrazione del granito in un gigantesco trovante che chiude l'accesso verso Cala di L'Ea. Gli esiti del taglio presente sulla pietra, ottenuto col sistema dei cunei di ferro, inducono spesso alcuni ad attribuire erroneamente ad età romana anche questo punto di cava. In realtà, appartengono a cronache del primo '900 le diatribe e i conflitti per il possesso e la coltivazione di questa cava mai aperta, sfociati anche in episodi di sangue che hanno posto fine alla contesa.
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