San Sperate, chiesa di San Sperate

San Sperate, Chiesa di San Sperate

Come arrivare
Entrati a San Sperate dalla SS 131, si percorre la via Cagliari, quindi la via Croce Santa e la via XI febbraio, ove si trova la chiesa.

Il contesto ambientale
Il paese si trova nella pianura del Campidano a circa 20 km a Nord di Cagliari, tra i torrenti Rio Mannu e Rio Flumineddu.

Descrizione
La prima particolarità della chiesa parrocchiale è la sua intitolazione al santo eponimo del paese, San Sperate martire scillitano (proveniente da Scillum, città romana dell'Africa settentrionale).
In Sardegna il sentimento di devozione verso i martiri, morti per testimoniare la propria fede, si diffuse ampiamente e si radicò nella popolazione nei primi anni del Seicento quando, per affermare il proprio primato sulla Chiesa di Sardegna, gli arcivescovi di Cagliari e di Sassari promossero numerose campagne di scavi finalizzate al rinvenimento dei corpi santi. Nell'ambito di questo fervente clima religioso si colloca il ritrovamento delle reliquie di San Sperate, avvenuto nel 1616 presso i ruderi di una chiesa ai margini del paese.
L'edificio si presenta alquanto semplice sia nella pianta sia nell'alzato e tuttavia mostra segni evidenti non solo di decoro ma anche di modernità stilistica.
Sulla facciata a terminale piatto merlato si aprono un portale quadrangolare con cornice e una finestra a sesto ribassato. Definiscono ulteriormente il prospetto un timpano tondo spezzato con decorazioni classicistiche al di sopra del portale e la torre campanaria a canna quadrata sul lato destro, sviluppata su due ordini, sul secondo dei quali è una monofora a sesto acuto in ciascun lato.
L'interno si articola in un'unica aula con due cappelle su ogni lato e un profondo presbiterio. Le volte, a botte, risultano diverse in altezza: nella navata si ha la dimensione maggiore e la volta del presbiterio risulta più alta rispetto a quella delle cappelle. L'ultima cappella a sinistra e l'ultima a destra hanno volta stellare.
Attraverso i documenti d'archivio è possibile ricostruire a grandi linee l'iter costruttivo della chiesa, dalla fondazione alla aggiunta delle cappelle, fino ai moderni interventi. In particolare, dai registri della Causa Pia (istituto preposto alla gestione delle rendite e dei beni ecclesiastici) si apprende che i lavori di costruzione delle strutture portanti e delle opere murarie ebbero inizio nel 1646 e si conclusero nel 1650; le maestranze operanti provenivano dal cagliaritano e i materiali utilizzati erano quelli tradizionali: travi di legno e pietre di tipi diversi (pietra cantone in particolare) per la costruzione, legno per gli infissi.
La navata unica, la pianta quadrangolare del presbiterio, il terminale orizzontale merlato della facciata e il campanile inducono a pensare ad una costruzione originaria in forme tardogotiche, fatto che in Sardegna, sebbene già nella metà del XVII secolo, non risulta essere eccezionale.
Alla struttura così definita dovettero aggiungersi, sempre nel corso della seconda metà del Seicento, le cappelle affacciantisi sull'ultima campata, entrambe con volte stellari; mentre le altre furono edificate nel secolo successivo, più precisamente nel 1733 quella a sinistra e nel 1772 quella a destra.
Agli inizi del secolo XIX l'intero edificio doveva presentare dei palesi segni di cedimento se nel 1828 un architetto fu incaricato di redigere un progetto di restauro; al 1890 risale il rifacimento del presbiterio che venne coperto con una volta a botte. Altri lavori si eseguirono pure nel Novecento: entro il 1936 fu realizzata la nuova copertura della navata, a botte, e nel 1974 si provvide a rifare la pavimentazione in marmo.

Storia degli studi
Numerosi spunti per successive ricerche sull'edificio sono offerti nel volume di Salvatore Naitza dedicato al paese di San Sperate (1996).

Bibliografia
L. Cherchi, Il paese di San Sperate e il suo patrono. Note storiche per ulteriori ricerche, Cagliari, Tea, 1987;
S. Naitza, "I segnali dell'arte: spunti per una storia", in San Sperate. Storia, arte, memorie, Cagliari, Stef, 1996, pp. 125-132.

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