Villacidro, chiesa di Santa Barbara

Villacidro, chiesa di Santa Barbara

Come arrivare
Sulla SS 293 al km 22,4 si stacca la variante che supera il rio Leni e consente di salire (km 5,1) all'abitato di Villacidro.

Il contesto ambientale
Il borgo gode di un'ideale esposizione a E e si stende dolcemente fra rigogliosi oliveti e frutteti ai piedi del massiccio del Linas. È circondato da montagne ricche di corsi d'acqua e boschi che ospitano numerose specie di animali selvatici, come il cervo sardo, il muflone e l'aquila.
L'impianto urbanistico, condizionato dall'ubicazione - unica in Sardegna - al margine di un conoide, si è sviluppato in due nuclei: uno più a valle, edificato su terreni a pendenza tenue, presenta una maglia viaria ampia e un tessuto edilizio di modesta qualità; il nucleo a monte, maggiormente caratteristico, è formato da lotti compatti di abitazioni perlopiù in pietra, che si dipartono radialmente dalla piazza della parrocchiale dedicata a Santa Barbara.

Descrizione
La parrocchiale di Villacidro rappresenta un pregevole esempio di imitazione di forme artistiche importate dal più vasto ambiente culturale europeo.
L'elemento colto si evidenzia soprattutto nella scelta dell'impianto controriformistico dell'aula unica con tre cappelle per lato, nelle coperture a botte, nell'uso di ordini evoluti e attentamente proporzionati e nella scelta di temi decorativi della tradizione classica, come il capitello ionico e la lesena liscia.
Dell'originaria cinquecentesca costruzione gotico-catalana la chiesa conserva il campanile e la ''capilla mayor'' dalla volta stellare, elementi che non furono interessati dal progetto di ristrutturazione commissionato nel 1670 da monsignor Pietro Vico. I lavori furono affidati al capomastro genovese Domenico Spotorno lo stesso che, in quegli anni, ristrutturava in forme barocche anche il duomo di Cagliari. Questa circostanza farebbe ipotizzare che non si trattasse di un architetto chiamato, in via eccezionale, per la cattedrale cagliaritana ma di un appaltatore esperto per lavori che richiedevano opere quali le cupole con i relativi pennacchi, volte a tutto sesto, trabeazioni eseguite sulla base corrente degli ordini classici che forse non risultavano altrettanto familiari ai pur bravi addetti ai lavori residenti nell'Isola.
A giudicare dalla situazione attuale la parrocchiale di Villacidro risponde al modello cagliaritano nella disposizione dello spazio, distinto su tre diverse superfici, dove le parti laterali, campata dopo campata, presentano cupolette paragonabili, sebbene senza lucerne, a quelle del duomo di Cagliari.
La facciata è costituita da una superficie piana conclusa da un coronamento a ''cappello di carabiniere''. Unici elementi decorativi sono il portale centrale con timpano semicircolare spezzato e stemma inserito nell'interruzione del timpano e una sovrastante apertura rettangolare. A d. della facciata è la torre campanaria costituita da tre ordini a pianta quadrata coronati da una balaustra e sormontati da un ordine a pianta ottagonale concluso da un cupolino ottagono rivestito in maiolica. La costruzione della torre campanaria iniziò nel 1639 ad opera del Mastro Paolo Andriola su iniziativa dell'arcivescovo Manchin di Cagliari e venne portata a termine nel 1659 da Mastro Antonio Dore.
Nel corso del Settecento la parrocchiale si arricchì degli arredi più prestigiosi tra i quali emerge l'altare maggiore, opera raffinata di Giovanni Battista Spazzi, appartenente alle famiglie dei marmorari giunti in Sardegna dalla Val d'Intelvi nella seconda metà del XVIII secolo.

Storia degli studi
La chiesa è oggetto di una sintetica scheda nel volume di Salvatore Naitza sull'architettura tardoseicentesca e purista (1992).

Bibliografia
F. Cherchi Paba, Villacidro e Guspini, collana ''Quaderni Storici e Turistici di Sardegna'', Cagliari, 1969;
S. Naitza, Architettura dal tardo '600 al Classicismo purista, collana ''Storia dell'arte in Sardegna'', Nuoro, Ilisso, 1992, sch. 5;
Villacidro, tra architettura e aredi sacri. Catalogo-guida del museo di Santa Barbara, a cura di A. Piras, Villacidro, 2000.

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